Pro Terra Sancta Logo
Dona Ora
heart Logo
Burger Menu
Tornarono a Gerusalemme con grande gioia

Tornarono a Gerusalemme con grande gioia

Pro Terra Sancta
/
Tornarono a Gerusalemme con grande gioia

Pro Terra Sancta dialoga in diretta con il Cardinal Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini sulla sua Lettera Pastorale.

L'occasione di questo incontro nasce dalla preziosa Lettera pastorale del Patriarca, pubblicata il 27 aprile scorso: «Tornarono a Gerusalemme con grande gioia. Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa».

Di seguito riportiamo il testo dell'intervista:

Intervista al Card. Pierbattista Pizzaballa Patriarca di Gerusalemme sulla sua Lettera Pastorale

Buonasera e benvenuti a questo incontro organizzato da Pro Terra Sancta. Questa sera abbiamo l'onore di ospitare il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme.

Sette giorni dopo essere diventato cardinale, lei si è trovato di fronte a una nuova fase di questo conflitto interminabile. In questi anni ha parlato molto, ma i contenuti della sua lettera vanno oltre l'analisi politica e sociale. Da dove è partito per scriverla?

Da tempo sentivo il bisogno di rivolgere una parola alla diocesi e alla comunità, ma era sempre difficile capire cosa dire, perché gli argomenti erano moltissimi. La guerra, in un certo senso - ahimè -, ha semplificato le cose: tra le tante domande sorte in me in questi anni, quella emersa con maggiore forza dall'inizio del conflitto è stata: cosa sta accadendo? Dove stiamo andando? Tutto sembrava precipitare in una deriva senza fine.

Allo stesso tempo, sentivo il bisogno di dire una parola a partire da una risposta di fede. Le analisi politiche - come ho detto molte volte - sono state numerose, ma queste analisi non aprono orizzonti. Quando vado a Gaza o nelle parrocchie e incontro le comunità, non posso semplicemente descrivere quanto sta accadendo: loro lo sanno meglio di me, perché lo vivono sulla propria pelle. La domanda vera è: come dobbiamo stare dentro questa situazione? Era una domanda che ha coinvolto anche me in prima persona.

Da molto tempo avevo in mente l'immagine di Gerusalemme come simbolo, come cuore, come riferimento ideale. Ho voluto trovare il tempo per fermarmi nella preghiera e nella riflessione, per elaborare questo testo, che ho poi sottoposto alla revisione e al discernimento di altri. È tuttavia il frutto della mia personale fatica.

A proposito della situazione, lei parla di questo tempo come il tempo di un deserto abitato, ma pur sempre un deserto. Cosa significa per la comunità cristiana stare in questo deserto? E cosa significa incontrare l'altro in questo deserto umano che la Terra Santa sta vivendo?

Biblicamente - parto sempre da lì -, quando pensiamo al deserto pensiamo al Sahara, alla sabbia dove non c'è niente. Il deserto biblico è diverso: non è necessariamente il luogo dell'assenza, è il luogo dove Dio si prende cura. Per noi, stare nel deserto significa essere spogliati da molti orpelli, da molte sicurezze, e affidarsi alla cura di Dio. Concretamente - ed è questa la seconda dimensione, significa incontrare l'altro.

Nel deserto i beduini sono molto accoglienti e sanno individuare i luoghi dove c'è l'acqua, cioè dove c'è la vita. Per noi questo significa trovare l'acqua, trovare la vita nelle persone, negli incontri, nelle realtà: anche dentro il deserto nel quale siamo, queste sorgenti esistono. Essere liberati da tante sicurezze ti costringe, o meglio, ti aiuta a trovarle.

Nella prima parte della sua lettera parla del dolore, e più volte ha sottolineato che c'è il dolore di chi è stato bombardato, ma anche il dolore di chi bombarda. Quanto è difficile stare davanti a entrambi senza che l'uno prevalga sull'altro? E come si possono preservare i legami tra la Terra Santa e il mondo in un clima così difficile, pieno di odio e di dolore?

Una delle cose che sentivo il bisogno di dire nella lettera è che il dolore deve essere sempre rispettato, perché è un'esperienza umana che ha bisogno di essere accolta. Ma le responsabilità sono diverse, ed è necessario tenere ben chiari questi due piani. Non si tratta di puntare il dito o accusare: significa avere uno sguardo libero, aperto e al tempo stesso critico, capace di riconoscere la verità, un riconoscimento che non deve necessariamente tradursi in un giudizio di condanna, ma che è indispensabile per stare dentro relazioni autentiche.

In una situazione così polarizzata come la nostra, non si può pretendere che tutti ci capiscano. Ciò che conta è essere autentici, aperti, disponibili, saper accogliere le critiche, riconoscere i propri errori, stare dentro la verità. È anche il modo per distinguere quali relazioni sono vere e quali no.

C'è questa bellissima immagine della Gerusalemme celeste, che non si possiede mai una volta per tutte, ma si riceve e va custodita come un dono. Come si traduce questo nel modo in cui la sua Chiesa di Gerusalemme vive oggi? E come si affronta la tentazione di trasformare il dono ricevuto in qualcosa da possedere, anche nel rapporto con ebrei e musulmani?

È sempre un lavoro da fare su se stessi. La realtà nella quale viviamo è molto dura, molto difficile e poco gratificante. Per cui ogni gesto di incontro, di vicinanza, di carità è vissuto come un dono grande. Qui non si riesce mai a conquistare qualcosa in modo definitivo: sei sempre in cammino. Questa realtà te lo rende molto presente e, per contrasto, ti fa anche gustare i momenti di grazia che pure ci sono.

La tentazione di trasformare il dono in qualcosa da possedere, che poi diventa chiusura identitaria, è però reale. L'idea di possesso è molto forte in questo contesto, è quasi il punto di partenza per gestire le relazioni: se non possiedi qualcosa, se non hai una posizione di potere, non conti, non vali, non hai diritto di parola. Bisogna mantenere il proprio stile, accettare anche l'idea di apparire un perdente, ma è anche il modo per tenere vera la propria libertà: per non entrare in dinamiche che poi ti costringono a rimanerci dentro e ti tolgono la libertà di guardare a Dio e all'altro con quella serenità necessaria.

Nella lettera parla delle tante raccolte di solidarietà che avete ricevuto in questi anni. Accanto alla generosità, però, c'è anche un sentimento di impotenza e di angoscia, quasi che la gente percepisca di non poter cambiare la situazione. Il dono di sé può essere un antidoto all'impotenza e al cinismo?

Una tentazione che un po' tutti abbiamo, anche voi come organizzazione, è quella del successo, di voler vedere subito il risultato di quello che si fa. Qui sarà sempre un pozzo senza fondo, perché siamo dentro un mare di dolore e di sofferenza. Il dono è tale se è fatto con libertà e nella libertà, senza pretendere nulla in cambio.

Lo sguardo verso Dio è importante proprio per questo: è ciò che consente di avere libertà verso l'altro senza aspettarsi nulla in cambio. Non sono ingenuo: so bene che bisogna essere anche molto concreti e che il dono deve arrivare sul territorio. Ma senza la pretesa di riuscire a cambiare tutto. Se riesci a portare un po' di luce nella vita di qualcuno, ne vale la pena.

Citando Benedetto XVI, lei scrive che la missione della Gerusalemme terrestre è diventare profezia e promessa di quell'universale riconciliazione e convivenza che Dio desidera per tutta l'umana famiglia. Le porte sempre aperte della città nuova sono però incompatibili con ogni logica di esclusione in contraddizione con la Gerusalemme reale, dove le porte si chiudono ogni giorno. Come si abita questa contraddizione?

Ci si abita e basta. Ci sei dentro: è una situazione molto concreta, molto presente. Innanzitutto non la devi accettare, non devi accettare questa logica, che non è solo politica, sociale o religiosa, ma a volte è anche personale, nelle relazioni. Bisogna rimanere molto liberi e fare tutto il possibile, a livello personale, comunitario, di responsabilità, per mantenere aperte le porte, anzi per aprirle.

Concretamente, come ho scritto, significa fare di tutto per incontrare l'altro, conoscerlo, ricevere dall'altro, mantenere aperte le relazioni nel piccolo. Non con la pretesa di cambiare chissà che cosa, ma per tenere comunque aperta una prospettiva che altrimenti sparirebbe.

Mi sembra di leggere nella lettera un'altra immagine importante: il cielo nuovo di Gerusalemme, in cui abita Dio, contrapposto al cielo di Babilonia, città senza Dio. Il segno tangibile di questo è il bacino sacro dove sono concentrati i principali luoghi santi. Come la bellezza di questo patrimonio, che aiutiamo a conservare, può essere a suo modo un cielo in Terra Santa?

È un cielo preziosissimo. I luoghi santi sono un mondo a sé. Quando si varcano quelle mura, si entra in un'altra dimensione che consente di staccarsi dalle dinamiche tossiche di questa terra, per fare l'esperienza di Dio, per incontrarlo nella preghiera, nelle liturgie, nel forte desiderio di spiritualità che tutta la comunità porta con sé. Sono il cuore della città, della comunità, e anche la sua parte più bella.

Nella lettera lei descrive le piccole presenze silenziose che chiama "semi di bene", tra cui le organizzazioni umanitarie come la nostra. C'è qualcosa che più di tutto l'ha commossa in questi due anni e mezzo di conflitto?

Non farò nomi, perché rischerei di fare ingiustizie. Ma sì, ho incontrato realtà belle e coraggiose. A Gaza ne ho incontrate anche nei momenti più duri della guerra: persone che hanno messo a rischio la propria vita per restare lì. Non solo a Gaza, che ha attirato maggiore attenzione, ma ovunque: nella West Bank, in Israele. Persone che si sono messe in gioco, a rischio della solitudine e dell'incomprensione della propria gente. Sono tantissimi: movimenti, e soprattutto giovani, giovanissimi. Questo è ciò che mi dà più speranza.

C'è il tema delle narrazioni escludenti, di cui lei ha parlato in molte interviste, e nella lettera c'è un chiaro riferimento alla necessità di rileggere la storia in modo redento. Come i centri culturali presenti in Terra Santa possono portare avanti questo compito?

La storia non la possiamo cambiare, ma il modo in cui la si legge può aiutare a evitare che diventi un pretesto per giustificare le scelte di violenza di oggi. I centri culturali hanno un compito difficile, a volte controcorrente, a volte apparentemente contraddittorio: provocare. Devono accettare anche la solitudine di provocare.

Non si può pretendere di cambiare un pensiero, una lettura, un'interpretazione che è consolidata, che si trova nei libri di scuola. Non si può fare tutto questo senza rischiare l'incomprensione. Ma è un compito importante, che richiederà tempi lunghi, eppure deve essere iniziato.

Le scuole sono un altro punto che lei tocca nella lettera, definendole "laboratorio del futuro", dove si costruisce quella città possibile che sogniamo. Che cosa possono fare di più per favorire l'incontro? C'è un metodo che suggerirebbe?

Innanzitutto, le scuole non devono diventare un'isola: non possono insegnare storia, geografia, matematica, letteratura come se quello che accade fuori dalle loro mura non esistesse. La realtà deve entrare nella scuola, ma come occasione di riflessione matura, seria, libera, critica e positiva.

In secondo luogo, la scuola deve diventare il luogo dell'incontro possibile: creare occasioni in cui questi momenti diventino formativi, preparati e accompagnati, non improvvisati, dove riflessione, preghiera, fede e cultura siano visti in un contesto unitario. Aiutare a fare questa sintesi e, soprattutto, aiutare lo studente a elaborare un proprio pensiero, dandogli gli strumenti per farlo.

Cosa suggerisce a chi opera come associazione, ONG o gruppo di volontariato? Quali sono le sfide più importanti per gli anni a venire?

La prima cosa che mi viene in mente è fare rete. Cosa che le ONG - come le Chiese, del resto - faticano a volte a fare. Ma se si parla di incontro e di dialogo, questo vale per tutti. In un contesto in cui i bisogni sono tanti, fare rete, aiutarsi, sostenersi, comunicarsi e comunicare è fondamentale. È anche, al di là della maggiore efficacia che ne può derivare, uno stile significativo in sé.

C'è un tema che vorrei riprendere alla luce del libro centrale da cui parte la lettera, l'Apocalisse. Dalla sua lettura emerge una ricchezza straordinaria delle Sacre Scritture. C'è un dialogo che si può iniziare a fare con ebrei e musulmani a partire proprio da questo libro?

Su questo sfondate una porta aperta, nel mio caso. Il dialogo interreligioso, il rapporto con ebrei e musulmani, e con le altre Chiese in modo diverso, non può più essere come prima. Abbiamo bisogno di incontrarci veramente. Credo che sia bene partire ciascuno dalla propria esperienza, trovando poi modi rispettosi in cui ognuno porta la propria prospettiva di fede.

Dalla mia storia qui, sono a Gerusalemme da 36 anni, portare la mia esperienza di cristiano, la mia lettura della Scrittura, il Nuovo Testamento non è mai stato un problema: anzi, è sempre stato qualcosa di molto affascinante per gli altri.

Prima di arrivare alla gioia del titolo, dobbiamo recuperare il sentimento degli apostoli: turbati, spaventati, eppure tornano a Gerusalemme con gioia. Dal punto di vista personale: ci sono stati in questi anni di guerra momenti in cui non riusciva a vedere altro che il deserto? Come si sta davanti ai momenti in cui tutto sembra buio, senza cadere nel cinismo?

Non sono un superuomo: sono un essere umano, e probabilmente più peccatore di tanti altri. Sì, ci sono stati momenti difficili, anche abbastanza frequenti. Cosa si fa? Ci si sta dentro. Si cerca di parlare con qualcuno, ci si affida alla preghiera, anche se in quei momenti la preghiera sembra a volte poche parole dette così, o forse nemmeno parole. Sono momenti in cui devi starci dentro. Poi la realtà, i bisogni, le circostanze ti costringono ad andare avanti, e poi li superi e metti tutto nelle mani di Dio.

È normale vivere questi momenti. Chi dice di non averli mente. Il mattino arriva. Lo sappiamo. E anche gli apostoli tornano con gioia a Gerusalemme.

Fiducia, speranza e gioia: parole che tornano spesso alla fine della sua lettera, insieme all'invito a viverle nel dono della comunione. Il titolo è "Tornarono" e la lettera si chiude con "Torniamo" torniamo insieme. Quanto è stata importante per lei la comunione?

È fondamentale. Nella seconda parte della lettera comincio con il Giardino dell'Eden, dove l'uomo è essenzialmente solo. Ma la conclusione e il fine di tutto è la città, la convivenza, lo stare insieme. La Gerusalemme celeste sussiste nella misura in cui riceve da Dio, ma anche dagli altri. Questo stare insieme, questa comunione, sfida faticosa e continua, che non finirà mai e non sarà mai un possesso, è il luogo dove si esprime la nostra fede, la nostra umanità, dove incontriamo relazioni vere, costruite insieme.

Donate
Donare
è un atto d’amore
Con il tuo gesto aiuti concretamente chi vive in situazioni di emergenza e povertà.
Ci aiuti ad inviare camion con generi di prima necessità
50
Ci aiuti ad inviare camion con generi di prima necessità
100
Ci aiuti ad inviare camion con generi di prima necessità
150
Donate
Pagamento Sicuro
Donate
Donate
Donate
Donate
Donate
Donate
Donate
Pagamento Sicuro
Dona Ora
heart Logo
Siti Amici
  • terrasanta net
  • mosaic center
  • terrasancta museum
  • terrasancta custodia
  • frati assisi
  • logo cmc
substract image
Ricevi News e Storie dalla Terra Santa