In Libano, ho capito che la propria presenza è già una risposta: il senso più profondo di una missione è, semplicemente, esserci.
Martina Murachelli lavora all’interno del nostro ufficio progetti ed è rientrata in Italia pochi giorni fa, poco prima che lo spazio aereo libanese venisse chiuso ai voli civili. Il suo ritorno coincide con una fase di estrema criticità: a partire dal 1° marzo 2026, in sole 48 ore, oltre 3.800 bombe israeliane hanno colpito il Sud del Libano.
L'offensiva ha subito una svolta ancora più drammatica con l'avvio di un'invasione di terra da parte delle forze israeliane, scattata in risposta ai lanci di missili di Hezbollah seguiti all’uccisione del leader iraniano Khamenei. ll bilancio è tragico: almeno 50 morti, centinaia di feriti e oltre 35.000 sfollati in fuga da villaggi distrutti.
In questo scenario di guerra aperta, che aggrava una situazione economica e sociale già al collasso dal 2019, la testimonianza di Martina ci aiuta comprendere cosa significhi oggi operare in Libano e quale sia il valore reale dell'assistenza umanitaria sul campo.

Era la tua prima missione in Libano e, in generale, la tua prima esperienza sul campo. Alla luce dei recenti sviluppi in Medio Oriente, come l'uccisione della Guida Suprema e l'intensificarsi dei bombardamenti israeliani, che Paese hai trovato al tuo arrivo?
Il Libano è stato per me una grandissima scoperta: una terra bellissima, caratterizzata da paesaggi e culture molto diverse tra loro, ma che purtroppo continua a fare i conti con una forte instabilità interna e regionale.
Al mio arrivo ho trovato un Paese ferito da una crisi che si trascina ormai da troppo tempo. Le conseguenze del blocco delle banche del 2019, aggravate dall’esplosione del porto di Beirut l’anno successivo, sono ancora oggi visibili nella vita quotidiana della popolazione.
Mi ha colpito profondamente vedere così tanti bambini costretti a chiedere l’elemosina per strada: una condizione che, se inizialmente riguardava soprattutto i minori siriani sfollati, oggi coinvolge un numero crescente di famiglie libanesi. È la dimostrazione di come la crisi abbia ormai travolto, in modo trasversale, l'intera società.
Infatti, durante il mio mese di permanenza, ho percepito un diffuso senso di rassegnazione. Sembra quasi che la popolazione si sia quasi "abituata" a un’emergenza perenne: le persone sono assorbite dalla pura sopravvivenza quotidiana, lasciando poco spazio alla protesta o alla speranza in un cambiamento radicale.
Le difficoltà sono evidenti: povertà crescente, una classe media sempre più ridotta, scuole e sanità pubblica ormai al collasso e una generale sfiducia nelle istituzioni.
La vita è una sfida continua: garantire la luce in casa con un generatore, pagarsi un’assicurazione sanitaria di base o sostenere rette scolastiche altissime: sono ostacoli insormontabili di fronte a salari irrisori e costi ormai fuori controllo.
Alla luce degli sviluppi recenti, la situazione è più critica che mai. Dal giorno del mio ritorno seguo le notizie con grande angoscia. Di fronte a tanta violenza, non ci sono parole per descrivere la tristezza; vedere migliaia di civili sfollati e intere infrastrutture rase al suolo lascia addosso una profonda rabbia e un grande senso di impotenza.
Il mio pensiero va innanzitutto alla popolazione e ai nostri colleghi che non smettono di lavorare un istante e che, portando avanti le nostre attività sul campo, cercano di offrire piccoli attimi di sollievo in un contesto così drammatico.

Qual è stata la ragione principale della tua missione in Libano e a quali progetti hai lavorato?
L’obiettivo principale della mia missione è stato supportare Silvia Zucconelli, che da circa un anno ricopre il ruolo di Project Manager presso l’ufficio di Pro Terra Sancta a Beirut. In particolare, l’ho affiancata nella stesura di un progetto nato in risposta a un bando d’emergenza dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) per il Libano.
La proposta mira a migliorare l’occupabilità della forza lavoro e a stimolare la crescita economica locale, attraverso il rafforzamento dei sistemi di mercato e la promozione di opportunità di reddito dignitose, sicure e inclusive. Lavorando in stretta collaborazione con altre due ONG italiane radicate sul territorio, CTM e Armadilla, abbiamo costruito una proposta completa, attenta ai bisogni concreti della popolazione e coerente con il difficile contesto attuale.
Abbiamo scelto di focalizzarci sul settore agricolo e agroalimentare: in un Paese colpito da una crisi economica così profonda, siamo convinti che rafforzare le filiere locali e sostenere i piccoli produttori e i lavoratori vulnerabili sia la chiave per promuovere resilienza e sostenibilità nel medio-lungo periodo.
Parallelamente, ho contribuito alla stesura di un ulteriore progetto legato alle nostre attività di supporto psicosociale (PSS), rivolte a bambini, ragazzi e adulti in diversi centri di Beirut. Mi sono occupata anche della parte relativa all'assistenza sanitaria, con le visite mediche e la distribuzione di farmaci nei dispensari di Beirut e Tripoli, oltre a sostenere il programma imprenditoriale dedicato ai giovani che desiderano avviare o consolidare la propria attività.
Alla luce degli ultimi avvenimenti, i nostri interventi assumono un valore ancora più profondo: sono il ponte necessario che unisce l'aiuto umanitario a una vera prospettiva di sviluppo a lungo termine. Infatti, se da un lato rispondiamo ai bisogni immediati con l’assistenza sanitaria, il supporto psicosociale e la distribuzione di beni alimentari, dall'altro promuoviamo veri percorsi di autonomia, rafforzando le capacità dei singoli e della comunità.
In un contesto di crisi così prolungata, questo approccio rappresenta l'unica via per innescare processi di stabilizzazione che siano realmente duraturi.
Che valore assume oggi l’assistenza umanitaria in un contesto segnato da una continua instabilità come quello libanese?
È essenziale. Quando sono venuta a sapere che i voli di ritorno in Italia in programma successivi al mio erano stati cancellati, ho realizzato quanto fossi fortunata a poter chiamare “casa” un luogo sicuro e lontano dal rumore della guerra. Questa consapevolezza mi ha fatto riflettere molto su un privilegio che spesso diamo per scontato.
Sono convinta che, proprio perché ci troviamo in una posizione di maggiore stabilità e sicurezza, abbiamo una responsabilità in più nei confronti di chi non ha avuto lo stesso destino.
In un contesto come quello libanese, dove le istituzioni faticano a garantire servizi essenziali, l’assistenza umanitaria rappresenta spesso l’unica rete di protezione concreta: è l’unica mano che possiamo tendere per offrire non solo un sostegno materiale immediato, ma anche un segnale di vicinanza, solidarietà e impegno per un futuro più dignitoso.

Qual è l’incontro o l’episodio che riassume per te il significato più profondo di questo mese passato in Libano?
Non c’è un singolo episodio: ogni giorno e ogni incontro hanno lasciato un segno profondo. Se però dovessi scegliere un momento simbolo di questo mese in Libano, penserei alla mia partecipazione a una distribuzione alimentare a Beirut e alle attività psicosociali dedicate alle donne.
I beneficiari arrivano con il sorriso ed è evidente che vivano questi spazi non solo come momenti di assistenza, ma come veri luoghi di ascolto. In particolare, le attività di PSS con le donne mi hanno mostrato quanto il supporto psicosociale possa fare la differenza in un contesto di crisi.
Durante le diverse sessioni — dal lavoro sul corpo e sul movimento, alle attività teatrali, fino agli incontri di gruppo con la psicologa — emergevano sempre elementi comuni: il bisogno di essere viste, ascoltate, prese in considerazione. Ognuna di loro cercava uno spazio in cui potersi raccontare e mostrare di fronte alle altre, in un ambiente che loro ritenevano sicuro.
Mi ha colpito molto anche il modo in cui cercavano approvazione e sguardi di incoraggiamento, non solo da parte degli operatori che conducevano le attività, ma anche da me, che ero presente come osservatrice silenziosa. In quel momento ho capito che, a volte, la propria presenza è già una risposta: ho compreso quanto sia fondamentale, semplicemente, esserci.
Il senso più profondo di una missione, infatti, non risiede solo nei progetti scritti o nei risultati attesi, ma nelle relazioni che si costruiscono e negli spazi di umanità condivisa.











