Palestina, all’origine del conflitto. Storia di una terra contesa, seconda parte

Veronica10 Giugno 2022

La prima guerra arabo-israeliana del 1948 si conclude con una vittoria schiacciante dell’esercito israeliano. La Nakba, così chiamata dai paesi arabi, ha segnato un punto di svolta cruciale per la storia della Palestina e di tutta la regione mediorientale.

Alla fine della guerra del ‘48, le Nazioni Unite emanano la Risoluzione 194 che sancisce il diritto al ritorno di migliaia di profughi palestinesi e il libero accesso ai Luoghi Santi.

Questa risoluzione non è mai stata messa in atto, né dalla comunità internazionale né tantomeno dal governo di Israele.

Negoziati, accordi, mediazioni regionali e internazionali, dialoghi, firme, un Premio Nobel per la Pace! Nulla è servito per raggiungere la tanto sperata pace tra Israele e i Territori occupati palestinesi.

Tutti i tentativi sopra citati dal 1967 hanno sempre avuto come risposta proteste violente, lanci di sassi, incarcerazioni, agguati, scontri a fuoco finiti nel sangue di decine di migliaia di vittime, spesso civili e minorenni.

Divisioni all’interno della comunità ebraica

Abbiamo visto come la politica del premier David Ben Gurion di accogliere in Israele ogni singolo ebre da tutto il mondo abbia portato non poche difficoltà nella neonata nazione.

Questo con gli anni ha creato un problema interno alla stessa comunità ebraica. Infatti, i primi ebrei stanziatisi in Palestina erano provenienti da paesi europei e sono chiamati ebrei ashkenaziti.

L’invito di Ben Gurion rivolto a tutti gli ebrei di costruire il nuovo stato di Israele ha richiamato anche numerosissimi ebrei dei paesi arabi, i cosiddetti sefarditi. Basti pensare che soltanto dallo Yemen giunsero in Israele 45.000 ebrei.

La comunità ebraica yemenita è infatti una delle più antiche della penisola arabica.

Gli ashkenaziti si sono sempre sentiti in qualche modo superiore agli ebrei sefarditi e non sono mancati episodi di violenza che hanno portato, insieme ad altre questioni, al ritiro di Ben Gurion dalla guida politica nel 1963. Viene eletto come Primo Ministro Levi Eshkol fino al 1969.

La prima metà degli anni Sessanta sono per Israele un periodo di recessione, disoccupazione e crisi economica. A questo si aggiunge il crescente odio tra le due comunità araba ed ebraica. Per capire la gravità della situazione basta ascoltare le tv e le radio arabe che usano ininterrottamente la parola “sterminare” rivolta agli ebrei. Questi ultimi vivono nel terrore di un altro Olocausto e di una vera e propria minaccia alla propria esistenza.

Non solo minacce, ma anche azioni concrete consolidano la paura e l’insicurezza degli abitanti della Palestina. Dalle alture del Golan siriano si sentono incessantemente attacchi con armi pesanti contro le località israeliane nel nord della Galilea.

La Guerra dei Sei Giorni

Nel maggio del 1967 Nasser ordina al suo esercito di riconquistare il Sinai (che era zona demilitarizzata da 10 anni). Dopo un’escalation di violenza da ogni parte, l’Egitto blocca le vie d’accesso al porto israeliano di Eilat. Questa provocazione non può che portare alla guerra.

Il 5 giugno del 1967 scoppia il terzo conflitto arabo-israeliano.

Il conflitto diventerà noto con il nomedi “Guerra dei Sei giorni” e la ragione è evidente: alle 18:00 del 10 giugno del ’67 viene proclamato il cessate il fuoco generale.

Come è noto, fu una vittoria schiacciante per l’esercito israeliano. Una vittoria determinata sin dalle prime ore del conflitto in seguito alla distruzione di più di 400 aerei dell’aviazione egiziana, siriana e giordana. 70.000 uomini e 700 blindati dell’esercito israeliano avanzano nel Sinai e nella Striscia di Gaza senza incontrare resistenza.

Gli eserciti di Siria, Egitto e Giordania vengono sopraffatti e non sono in grado di resistere. In 6 giorni, Israele ha occupato il Sinai fino al canale di Suez, la Striscia di Gaza, la Cisgiordania, la parte araba di Gerusalemme e le alture del Golan siriano.

Un milione di arabi passa sotto l’amministrazione israeliana, mentre lo stato di Israele passa da 21.000 a 102.000 km2, raggiungendo la sua massima espansione territoriale.

I video storici girati il giorno della vittoria mostrano l’esercito israeliano entrare trionfante a Gerusalemme attraverso la Porta dei Leoni. Attraversano tutta la Città Vecchia e giungono al Muro del Pianto. L’emozione è grande per gli ebrei che affermano di “essere finalmente tornati a casa”.

Nei giorni immediatamente successivi circa 600 palestinesi che abitavano nel quartiere di fronte al Muro del Pianto vengono cacciati e le loro case rase al suolo.

Gli anni Settanta

Ai rifugiati del 1948 si aggiungono quelli del 1967 costretti a una vita di stenti con scarsi aiuti internazionali. Si calcola che siano stati espulsi 150.000 palestinesi.

La resistenza all’occupazione non è iniziata immediatamente. Lo shock fu talmente grande per il popolo palestinese che in un primo periodo rimasero come traumatizzati, paralizzati.

Il 1970 è un anno di grandi cambiamenti nello scenario politico e sociale del Medio Oriente. La monarchia hashemita giordana mette in atto una brutale repressione dei palestinesi in Giordania che prenderà il nome di Settembre Nero.

In Egitto, alla morte nel 1970 del carismatico politico panarabo Jamal Abd al-Nasser, gli succede Anwar al-Sadat, il cui cavallo di battaglia è la riconquista del Sinai.

In Siria sempre nel 1970 diventa Primo ministro e Segretario regionale del comando del partito Ba’th Hafiz al-Assad, padre dell’attuale presidente Bashar al-Assad.L’anno successivo, in seguito a un colpo di stato, diventerà presidente della Repubblica Siriana e il suo obiettivo è la riconquista delle alture del Golan in segno di rivalsa su Israele.

Dunque, sia Sadat che Assad devono cercare un movente comune che consolidi i rispettivi regimi. Come vedremo, sarà proprio l’iniziativa di Egitto e Siria a portare alla guerra dello Yom Kippur del 1973.

In Palestina, il leader dell’opposizione israeliana è Yasser Arafat, di cui si fatica a capirne la posizione: si allea con chiunque fosse disponibile a difendere la sua causa. Arafat è il capo di al-Fatah, movimento più forte della resistenza a Israele i cui membri sono i Fedayyin, gli uomini del sacrificio. Al-Fatah confluirà successivamente nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).

La strage alle Olimpiadi di Monaco

Le relazioni tra mondo arabo e Israele continuano a essere caratterizzate dalla violenza. Il 5 settembre del 1972, un gruppo di attentatori fedayyin sequestra nove atleti della squadra israeliana alle Olimpiadi estive a Monaco di Baviera.

Le conseguenze del sequestro sono tragiche: tutti e nove gli atleti vengono uccisi insieme a cinque degli otto attentatori e un poliziotto. Numerosi i feriti.

Il Primo Ministro israeliano Golda Meyr condanna fermamente l’attentato terroristico.

La comunità internazionale fatica a dare un giudizio su Arafat: è un uomo che vuole la pace o è un terrorista?

La guerra dello Yom Kippur

I riflettori tornano con prepotenza in Medio Oriente nel 1973, quando Egitto e Siria, armate con i missili sovietici, sferrano un attacco a sorpresa contro le forze militari israeliane.  

Lo Yom Kippur, ossia il “giorno dell’espiazione”, è la festa più solenne del calendario ebraico.

In quel giorno tutte le strade sono deserte, le serrande dei negozi chiuse, i fedeli ebrei pregano e leggono le Scritture nella sinagoga e rispettano un digiuno di 25 ore.

Nel 1973 il giorno del Kippur cadde il 6 ottobre. Israele non si aspettava l’attacco è pronto a difendersi. L’esercito israeliano è travolto da sorpresa e smarrimento mentre quello siriano attacca le alture del Golan.

La risposta degli Stati Uniti non si fa attendere e arriva in soccorso di Israele. Nelle organizzazioni delle operazioni spicca la figura del generale Ariel Sharon.

Dopo un breve periodo di grande difficoltà l’aviazione di Israele attacca in maniera molto dura ed efficace e paralizza il nemico siro-egiziano.

Anche la guerra del Kippur si risolve sul piano militare per una vittoria di Israele. È solo l’intervento delle Nazioni Unite a fermare la marcia verso il Cairo.

I rappresentanti della Lega Araba, che il primo settembre del 1967 si erano riuniti a Khartoum per firmare un trattato di che li vincola a una lotta permanente contro Israele, utilizzano in questa occasione l’arma diplomatica del petrolio contro i paesi occidentali che hanno sostenuto Israele. La Risoluzione di Khartoum è conosciuta come la Risoluzione dei tre no: no alla pace con Israele, no al riconoscimento di Israele e no ai negoziati di qualunque tipo.

Gli Accordi di Camp David

Malgrado il sangue di almeno due generazioni di diplomatici e di decenni passati a negoziare una pace, una soluzione sembra non destinata a trovarsi.

Un evento che ha fatto sperare, per poco tempo, gli stati del mondo intero fu il 17 settembre del 1978 a Camp David, nel Maryland.

I protagonisti degli accordi sono il primo ministro israeliano Menachem Begin, il presidente egiziano Anwar Sadat e il Presidente degli Stati Uniti d’America Jimmy Carter. Gli accordi sono frutto dei negoziati segreti tra Egitto e Israele il cui scopo è la fine delle ostilità tra i due paesi e la creazione di possibili scenari di pace. Fondamentale è il punto sul ritiro dell’esercito israeliano dal Sinai in cambio della libera circolazione di Israele nel Canale di Suez e nel golfo di Aqaba. Il trattato non portò alla distensione totale dei rapporti, ma fu un importante passo avanti per il futuro trattato di pace israelo-egiziano del 26 marzo 1979. La presenza rassicurante dell’americano Carter fu certamente strategica per dare un’immagine potente e positiva degli Stati Uniti nel bel mezzo, ricordiamoci, della Guerra Fredda. 

L’Egitto fu dunque il primo paese arabo a riconoscere lo Stato d’Israele. Questo costò la vita al presidente Sadat, che venne assassinato il 6 ottobre del 1981.

Agli accordi di Camp David ne seguirono dei secondi molto importanti, che presero il nome di Accordi di Oslo. Entrambi gli accordi fecero ben sperare la comunità internazionale, che venne tuttavia delusa nel giro di pochi anni. Lo spiragli di una pace duratura si fa sempre più remoto.

La Prima Intifada

L’8 dicembre del 1987 nasce l’Intifada. Questa parola araba significa “rivolta”, “sommossa” ed è un movimento popolare sorto spontaneamente per manifestare contro la presenza israeliana nei territori occupati.

La Prima Intifada scoppiò quando un camion israeliano colpì due furgoni che trasportavano operai di Gaza al campo profughi di Jabaliyya. La rivolta si espanse in breve tempo ad altri campi profughi fino a entrare a Gerusalemme.

La repressione israeliana fu talmente dura da essere condannata dalle Nazioni Unite. Gruppi estremisti di matrice islamica diedero vita a Gaza al movimento radicale di Hamas, acronimo in arabo di Movimento di Resistenza Islamica.

Mente Hamas predilige la lotta armata, le posizioni dell’OLP prendono una via sempre più diplomatica, tanto da partecipare ai forse più significativi accordi di pace tra Israele e la Palestina che portano alla fine della Prima Intifada.  

Gli Accordi di Oslo

Il 13 luglio del 1992, Yitzhak Rabin forma il 25° governo israeliano, assumendo la carica di primo ministro e ministro della difesa. Shimon Peres è Ministro degli Affari Esteri. 

Il premier israeliano Yitzhak Rabin e il leader dell’OLP Yasser Arafat sono i protagonisti della celeberrima fotografia che ritrae la loro stretta di mano sotto lo sguardo quasi paterno del Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton il 13 settembre 1993 a Washington.

I due leader nemici hanno appena firmato la “Dichiarazione di principi sulle disposizioni per un auto-governo ad interim”, più conosciuti come Accordi di Oslo.

La Carta presenta questa introduzione: «Il governo dello Stato di Israele e il team dell’OLP, che rappresenta il popolo palestinese, concordano che è tempo di mettere fine a decenni di scontri e conflitti, di riconoscere i reciproci diritti legittimi e politici, e di sforzarsi di vivere nella coesistenza pacifica, nel mutuo rispetto e nella reciproca sicurezza, per giungere a un accordo di pace giusto, durevole e globale, e a una riconciliazione storica, attraverso il processo politico concordato».

Le premesse sono ottime. Tuttavia oggi sappiamo che hanno portato a un ennesimo buco nell’acqua.

Non solo gli attori interessati, ma tutto il mondo ha guardato a questa Dichiarazione del ’93 con grande speranza per una tanto attesa pace. Fotografie e video dei due nemici di una vita che si stringono la mano con alle spalle fanno il presidente Clinton fanno il giro del globo. 

A Oslo per la prima volta viene diviso il Premio Nobel per la Pace tra tre persone: Yasser Arafat, YitzhakRabin e Shimon Peres.

Un Premio Nobel giudicato controverso da molti.

Le tre aree della Cisgiordania

Il 9 settembre del 1993, Yasser Arafat firma una lettera indirizzata a Rabin in cui vengono esplicitamente assunti tutti gli impegni richiesti. I principali sono la condanna al terrorismo e l’affermazione di Israele come Stato sovrano.

In base agli accordi di Oslo la Cisgiordania viene divisa in tre aree principali: l’Area A posta sotto il pieno controllo palestinese; l’area B sotto il controllo amministrativo palestinese e il controllo israeliano per quanto riguarda la sicurezza; l’Area C che è sotto il pieno controllo amministrativo e di sicurezza israeliano.

Tuttavia, il quadro è molto più complicato.

Gli Accordi di Taba

Molti insediamenti israeliani si sono lentamente e costantemente diffusi all’interno della Cisgiordania e di Gerusalemme Est.

Questi insediamenti sono giudicati dalla comunità internazionale come illegali poiché violano l’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra, oltretutto ratificata dallo stesso Israele.

Il 24 settembre del 1995 Yitzhak Rabine Yasser Arafat si incontrano di nuovo a Washington DC per ratificare alcuni punti dell’Accordo di Oslo riguardo il ritiro delle truppe israeliane dalla maggior parte dei territori occupati. Il documento prende il nome di Accordi di Oslo II o Accordo di Taba. Sarà questa l’ultima firma di Rabin.

Se il mondo tira l’ennesimo sospiro di sollievo, in Israele crescono gli atti di terrorismo sempre più feroci da parte dei nazionalisti religiosi e dai coloni israeliani. Le violenti proteste sono indirizzate al primo ministro Rabin, accusato di tradimento e collaborazione con il nemico. La firma dell’Accordo di Oslo II sarà la sua ultima: il 4 novembre del 1995, Rabin viene assassinato a Tel Aviv da un uomo della destra estremista israeliana durante un comizio in difesa della pace.

Parteciparono ai suoi funerali circa un milione di persone, tra cui molti leader arabi che non erano mai stati in Israele prima di allora.

La Seconda Intifada

Scontri continui, odio, minacce, rapimenti e violenze di ogni genere portano a un’ondata di paura e incertezza tra gli israeliani e palestinesi. Dopo l’assassinio del Primo Ministro prende il suo posto Peres per sei mesi. I governi degli anni successivi hanno presentano posizioni sempre più dure contro i palestinesi.

Il 28 settembre del 2000 scoppia la Seconda Intifada o Intifada al-Aqsa, dal nome della moschea di Gerusalemme. La goccia che fa traboccare il vaso in una situazione già estremamente tesa è la tragicamente famosa passeggiata alla Spianata delle moschee del capo dell’opposizione nel Parlamento israeliano Ariel Sharon accompagnato da una scorta armata.  I palestinesi interpretano questo gesto come una provocazione. La spianata è infatti il terzo luogo più sacro per i musulmani dopo Medina e la Mecca e solo ai fedeli è permesso entrare a pregare in al-Aqsa.

Si può affermare che la Seconda Intifada sancì definitivamente il fallimento del processi di pace intrapreso, come abbiamo visto, con gli accordi di Oslo del 1993.

Ariel Sharon, chiamato anche il bulldozer d’Israele e il falco della destra israeliana, riaccende ancora una volta gli scontri nel cuore della Città Santa. Si ripetono le scene di lanci di pietre e bottiglie incendiarie nei territori palestinesi occupati contro l’esercito più armato del Medio Oriente. Numerosi gli attacchi suicidi perpetrati contro i civili nelle città israeliane. Come nella Prima Intifada, anche in questa è tragico il numero delle vittime, di cui molti bambini. Si conta che durante la Seconda Intifada persero la vita circa 3.000 palestinesi e 1.000 israeliani. Gli scontri si placarono con il cessate il fuoco a inizio febbraio 2005.

Questa “sommossa” evidenziò inoltre le differenze tra i vari gruppi armati palestinesi e nel 2006 sancì la rottura tra Hamas e al-Fatah, il principale gruppo all’interno dell’OLP.

Conclusioni

Dopo più di mezzo secolo dalla Guerra dei Sei Giorni, la Palestina è ancora occupata. Gli accordi di Oslo sarebbero stati un’ottima occasione di risoluzione del conflitto, poichè al tempo il primo ministro era Rabin, leader di una coalizione moderata e favorevole a una soluzione pacifica del lungo conflitto.

Tuttavia, la professoressa ed esperta di Medio Oriente Marcella Emiliani ci ricorda in un’intervista che la celebre stretta di mano tra i due nemici fu possibile solamente perché gli accordi di Oslo non hanno trattato di cinque argomenti cruciali:

  1. I confini: bisognava definire per la prima volta i confini di Israele e di una Palestina storica
  2. Le risorse idriche: dal 1967 anche nei territori abitati dai palestinesi, gli impianti idrici sono gestiti interamente dallo Stato di Israele. Questo è grave se si pensa che l’agricoltura incide per l’80% sui palestinesi (e solo il 3 % sugli israeliani). Per i primi l’uso dell’acqua è una questione di sopravvivenza e dal ’67 Israele si è impossessato di tutte le fonti d’acqua utilizzabili.
  3. Le colonie: non si sono mai fermati i flussi migratori di ebrei in Israele provenienti da ogni parte del mondo. Anche nei territori che dovevano essere restituiti ai palestinesi le colonie si moltiplicano.
  4. Gerusalemme Est e il suo futuro: è importante ricordare che nel 1980 Israele aveva proclamato una legge per cui Gerusalemme è riconosciuta come capitale unita, indivisibile ed eterna dello Stato d’Israele.
  5. Il diritto al ritorno ai profughi palestinesi

Quest’ultimo punto è forse quello più tragico. È importante ricordare che, una volta cacciati dalle proprie case durante e in seguito alla Nakba, i palestinesi non hanno mai visto riconosciuta la cittadinanza nei paesi in cui emigravano, rimanendo sempre con lo stato di profughi. Per motivi puramente strategici, l’unico paese che ha concesso la cittadinanza ai palestinesi è la Giordania.

L’operato di Pro Terra Sancta

Nonostante il controverso Premio Nobel per la Pace nel 1994, purtroppo, i cinque punti sopra elencati rimangono insoluti ancora oggi.

Pro Terra Sancta è operativa in Palestina dal 2006. Il conflitto senza fine con Israele non ha mai fermato il nostro sostegno alla conservazione dei Luoghi Santi e alle comunità di Terra Santa grazie alle donazioni di tutti. Un esempio sono i costanti aiuti ai cristiani della parrocchia di Gaza e ai “bambini farfalla”, affetti da rare patologie connessi all’epidermiolisi bollosa e che necessitano di cure continue.

La nostra presenza è il valore più grande perchè la Terra Santa è dove tutti i popoli hanno le loro radici e tutto il nostro fare ha il desiderio di favorire e costruire legami tra la Terra Santa e il mondo.