Palestina

Palestina, all’origine del conflitto. Storia di una terra contesa, prima parte

Veronica7 Giugno 2022

«Signore, disarma la lingua e le mani, rinnova i cuori e le menti,

perché la parola che ci fa incontrare sia sempre “fratello”,

e lo stile della nostra vita diventi: shalom, pace, salam! Amen».

Papa Francesco, preghiera per la pace, 8 giugno 2014.

Retenu, Haru, Canaan, Iuadea, Terrasanta, Falastīn … tanti sono i nomi che ha avuto questa regione bagnata dal Mar Mediterraneo quanti i popoli e le tribù che hanno abitato questa terra.

Nel corso della Storia, la Palestina ha vissuto il dominio di regni che ebbero vita breve e che si alternavano in seguito a conquiste, assedi, saccheggi, guerre, massacri e distruzioni.

Popoli nomadi, tribù del deserto, insediamenti urbani, fino alle città dei Filistei, il popolo che intorno al 1.200 a.C. da Creta navigò verso la Palestina e qui vi si insediò, conferendo a questa terra il nome con cui oggi ancora la conosciamo.

La storia antica della Palestina procede con il dominio degli Assiri dall’830 a.C., i Babilonesi dal 597 a.C., i Macedoni dal 332 a.C., i Lagidi e Seleucidi dal 129 a.C., i Romani dal 63 a.C.

Dal 390 la Palestina fu legata alle sorti dell’Impero romano d’Oriente. Gli Arabi dominarono in Palestina dal 637 fino al X secolo e vide i Crociati conquistare Gerusalemme nel 1099, soggiogata poi dall’armata di Saladino nel 1187.

I turchi ottomani fecero della Palestina una loro colonia nel 1517 e rimase così fino alla presenza inglese agli albori della Prima Guerra Mondiale.

Si conta che nel XIX secolo vivessero in Palestina circa 20.000 ebrei.

In epoca moderna

Una data che cambierà per sempre le sorti degli abitanti della Palestina è senza dubbio il 1840. È in quest’anno, infatti, che il primo ministro inglese, Lord Palmerston (1784-1865), propone l’idea di un insediamento permanente di ebrei nella terra di Palestina. Prende vita progressivamente una prima proposta di colonizzazione ebraica della Palestina e Lord Palmerston difende la sua idea con il pretesto di “tenere aperta la Porta d’Oriente ai commerci e alle truppe inglesi”.  

Venti anni dopo comincia la prima ondata migratoria di ebrei in Palestina, molti dei quali provenienti dalla Russia.

Al tempo il 98% degli abitanti della Palestina erano arabi.

Gli arabi palestinesi intuiscono che stanno perdendo progressivamente controllo del territorio e nel 1891 contadini e agricoltori protestano contro la vendita di terre ai coloni ebraici.

Nel 1896 lo scrittore e politico ungherese Theodor Herzl è sconvolto dall’Affare Dreyfus e vuole dare una risposta all’antisemitismo, dilagante in tutta Europa. Nello stesso anno pubblica a Vienna un libro dal titolo “Lo Stato degli Ebrei” in cui raccoglie e giustifica la speranza per gli ebrei di avere finalmente un proprio stato in cui esercitare la piena sovranità.

Davanti all’antisemitismo e all’esilio, Herzl, non vede alternative che lo stanziamento in una patria che era stata, appunto “terra dei padri”. Il suo obiettivo è la creazione di una patria per il popolo ebraico.

Cresce in Occidente il dibattito sulle sorti degli ebrei e, per discutere di un eventuale stato ebraico, nel 1897 a Basilea si apre il primo congresso del movimento sionista.

Cosa si intende per sionismo?

Shlomo Ben-Ami, scrittore e ministro degli Esteri di Israele durante i negoziati di Camp David, lo descrive così nel suo “Palestina: la storia incompiuta” : «Il sionismo è un movimento nazionale nato in Europa alla fine del XIX secolo per dare espressione politica al millenario anelito degli ebrei di tornare a Sion».  “Sion” è uno dei molti nomi biblici di Gerusalemme.

A questo si aggiunse anche l’immagine romantica e leggendaria dell’eroe Davide che affronta e vince contro il bestiale Golia.

È importante sottolineare che la maggior parte di rabbini, riformisti, conservatori e ortodossi all’inizio del XX secolo non condividevano il piano di Herzl. Secondo loro, infatti, il ritorno del popolo ebraico in Terra Santa doveva essere guidato dall’arrivo del Messia, dunque per volere di Dio.

Tuttavia, il progetto sionista procede lentamente, ma con costanza, e accresce i suoi adepti.

In occasione del settimo congresso sionista internazionale, un anno dopo la morte di Herzl nel 1904, la terra di Palestina viene scelta per fondarvi una patria per gli ebrei.

I primi insediamenti di ebrei in Palestina

Il progetto sionista deve scontrarsi con un dettaglio decisamente rilevante: quando nel 1906 Ben Gurion, di cui parleremo più tardi, giunse nella terra di Palestina, si contavano 645.000 arabi e 55.000 ebrei.

La maggior parte della popolazione ebraica abitava nelle “quattro città sacre”: Gerusalemme, Hebron, Tiberiade e Zefat.

Allora le relazioni tra ebrei e arabi erano buone. La maggior parte dei primi erano ebrei ultraortodossi che dedicavano la loro vita allo studio delle Scritture e alla preghiera e vivevano grazie a fondi provenienti dall’estero. Altri ebrei erano commercianti in piccole botteghe. Gli arabi palestinesi erano contadini e agricoltori, fallahīn in lingua araba.

Sin dai primi insediamenti, i sionisti non hanno mai nascosto il loro attaccamento alla Terra promessa. Si può dunque affermare che il seme del conflitto è presente sin dal principio.

Nel 1909 nasce il primo kibbutz, ossia un villaggio collettivista in cui il modus vivendi è la condivisione e il lavoro della terra.

Come accoglie l’Occidente la notizia di questi insediamenti?

È dilagante in Europa e in America l’idea che la Palestina sia una terra desolata, ricca di deserti e di paludi inospitali. Una Terra Santa che bisogna riportare in vita.

“La Palestina è una terra senza popolo per un popolo senza terra” disse uno dei primi leader del movimento sionista, Israel Zangwill. A queste parole fece eco Moshe Smilansky, anch’egli pioniere sionista, che definì la Palestina un “paese vergine”. Infine, il fondatore e primo ministro dello Stato d’Israele, David Ben Gurion, definì la Palestina “primitiva, abbandonata e derelitta”.

È in un clima simile che, sotto l’impulso del movimento sionista, gli ebrei acquistano sempre più terreno in Palestina.

Gli anni della Prima Guerra Mondiale

Tra il 1908 e il 1913 vengono create 11 nuove colonie ebraiche e riprendono più forti le proteste contro la vendita di terre agli ebrei. I rapporti – prima pacifici – tra arabi ed ebrei sono destinati a mutare irreversibilmente. I primi intuiscono infatti un cambiamento che non potrà giovare a loro e intravedono la creazione di uno stato ebraico dove gli arabi non sono presi in considerazione.

In una situazione del genere, l’Europa entra nella Prima Guerra Mondiale.

Al fine di garantire una presenza occidentale nella regione palestinese, il ministro degli Affari esteri del Regno Unito, Arthur James Balfour scrive una lettera al sionista Lord Rotschield il 2 novembre del 1917.

Il cuore della lettera dice quanto segue: “Il Governo di Sua Maestà vede favorevolmente lo stanziamento in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico”.

La celebre lettera termina con la promessa di non nuocere le comunità già esistenti in Palestina.

Il territorio a cui la dichiarazione Balfour fa riferimento era ancora provincia del decadente Impero turco ottomano e comprendeva l’attuale Cisgiordania, la parte meridionale dell’attuale Libano, la Striscia di Gaza e le alture del Golan.

La dichiarazione Balfour viene accolta con grande gioia dai sionisti come l’autorizzazione alla creazione di uno Stato ebraico in Palestina e alla fine della secolare diaspora del popolo ebraico. La tensione aumenta insieme alle ondate migratorie di ebrei.

Intanto, il 16 maggio del 1916, vengono firmati gli accordi segreti di Sykes-Picot che attribuiscono la Palestina ai britannici. Come è noto, dal 1917 al 1922 la Palestina fu soggiogata ai militari inglesi comandati dal generale Allenby.

Il nazionalismo palestinese e il nazionalismo ebraico

Gli anni che seguono sono caratterizzati da sommosse e massacri da parte delle due comunità. Sotto la sfera di influenza britannica, nel 1919 viene stilato il primo serio censimento della popolazione: 700.000 arabi e 70.000 ebrei.

Nel luglio del 1922 la Società delle Nazioni attribuisce alla Gran Bretagna un mandato per preparare la creazione di uno stato nazionale ebraico.

L’Impero ottomano, che aveva iniziato a sperimentare una “disgregazione della periferia” dal XVII secolo, dichiarò ufficialmente l’abolizione del sultanato ottomano il 1° novembre del 1922.

La caduta dell’Impero ottomano è uno shock profondo per tutto il mondo musulmano.

Tra il 1924 e il 1928 più di 60.000 ebrei giungono in Palestina. Inizialmente gli inglesi promettono la creazione di uno Stato arabo indipendente in Palestina con il fine di promuovere la ribellione degli arabi contro la Turchia.

In seguito alla sconvolgente caduta dell’Impero Ottomano, gli arabi che abitavano nella provincia palestinese vivevano in una società caratterizzata da fedeltà tribali senza una chiara identità nazionale o dei propri confini territoriali. Non esisteva ancora un nazionalismo palestinese, ma forse più un nazionalismo arabo, che unisce tutte le nazioni arabe.

Si potrebbe infatti concludere che il nazionalismo palestinese e quello ebraico si svilupparono in parallelo, nutrendosi l’uno dell’altro. Le percezioni dei due gruppi nazionali sono ovviamente opposte: gli arabi vedono degli intrusi negli ebrei e la loro presenza in Palestina come un altro volto del capitalismo ebraico, mentre gli ebrei si considerano i legittimi abitanti della Terra promessa.

È importante ricordare che gli ebrei che immigravano dall’Europa in Israele erano in maggioranza studiosi, intellettuali, architetti, artisti, imprenditori. Si moltiplicano nuove imprese e lungo Tel Aviv, fondata nel 1909, si vedono uomini e donne vestiti elegantemente, all’occidentale, sorseggiare caffè sul lungomare.

La Grande rivolta del 1936 in Palestina

In definitiva, tra il 1933 e il 1939 l’arrivo in Palestina di decine di migliaia di esuli darà nuovo impulso all’economia. Gli abitanti di Tel Aviv triplicano arrivando a contare ormai 150.000 abitanti.

Come accennato in precedenza, nel 1906 David Ben Gurion arriva in Palestina per partecipare alla creazione di una patria per gli ebrei. Nel 1935 viene eletto presidente dell’Agenzia ebraica e nell’aprile dell’anno successivo gli arabi indicono uno sciopero generale per chiedere fine all’immigrazione e la vendita della terra agli ebrei.

Il 1936 è l’anno della Grande rivolta contro il sionismo e la presenza britannica in Palestina. La repressione inglese è spaventosa. Centinaia di arabi vennero massacrati e negli scontri morirono anche più di 300 ebrei.

Alla vigilia dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, nel timore che gli arabi si alleino con le forze dell’Asse, gli inglesi affermano che non hanno più intenzione di sostenere la creazione di uno stato ebraico in Palestina. Questo non è il primo e non sarà l’ultima prova della politica ondivaga del governo britannico.

In Europa gli ebrei sperimentano forse uno dei disastri più grandi della loro storia in seguito all’emanazione delle leggi di Norimberga che minacciano l’esistenza stessa di milioni di ebrei. Giungono dall’Europa le prime voci dell’Olocausto a cui nessuno crede.

Terminata la Seconda Guerra mondiale gli inglesi non cambiano la loro politica e Londra continua a rifiutare l’immigrazione degli ebrei in Palestina nel timore di essere cacciati e di non poter più esercitare la loro influenza.

Il popolo ebraico, traumatizzato dal genocidio, ha l’impressione di essere solo al mondo e non sa dove andare a vivere.

La Commissione d’inchiesta internazionale delle Nazioni Unite

In seguito all’attentato del 22 luglio 1946 al King David Hotel, sede centrale delle autorità mandatarie in Palestina, il Regno Unito capisce che le formazioni ebraiche sono sempre più organizzate e opta per la ritirata.

Nell’aprile del 1947 l’ONU nomina una commissione d’inchiesta internazionale il cui rapporto raccomanda la creazione di uno stato ebraico e uno stato arabo in Palestina.

È certo che il dramma della Shoah abbia influenzato grandemente la decisione dei membri delle Nazioni Unite. Molti sono infatti d’accordo nel concludere che, dopo gli orrori sperimentati nei campi di concentramento, era necessario conferire una patria agli ebrei.

Il mondo intero è convinto dell’urgenza di una riparazione per le vittime della barbarie nazista e questa riparazione è possibile solo attraverso la creazione di uno Stato ebraico.

La Gran Bretagna non condivide la decisione delle Nazioni Unite e cerca in tutti i modi di bloccare gli immigranti ebrei che giungevano in Palestina. Tuttavia, i britannici devono vedersela con un’opinione mondiale favorevole a una regolamentazione pacifica del problema ebraico.

Sorprendentemente, in un discorso alle Nazioni Unite, Andrej Gromyko, Ministro degli Esteri dell’Unione Sovietica, che per anni aveva perseguitato e rinchiuso gli ebrei nei Gulag, offre il sostegno al progetto sionista. La ragione è puramente strategica: sapeva della ritirata degli inglesi dal Medio Oriente e voleva esercitare la propria influenza prima degli americani.

Nel novembre del 1947, sulla più grande tragedia della storia del popolo ebraico, la risoluzione del Comitato per la Palestina è stata adottata con 33 voti favorevoli, 13 contrari e 10 astenuti. 

La risoluzione delle Nazioni Unite propone la divisione della Palestina in due stati con Gerusalemme sotto controllo internazionale.

Non sorprende che la maggioranza degli arabi di Palestina e tutti gli stati arabi vicini rifiutano questo piano e ogni ipotesi di spartizione della Palestina. Israele nasce nella guerra.

La Nakba del 1948

Il 1948 è un anno cruciale: è l’anno della cosiddetta Nakba, “catastrofe” in arabo.

In seguito alla risoluzione dell’ONU, l’arma dei sionisti è quella di terrorizzare il maggior numero di arabi per farli fuggire dai propri villaggi. Un esempio è il massacro nel piccolo villaggio arabo di Deir Yassin nel marzo del 1948.

Il 14 maggio del 1948, una folla festosa accoglie a Tel Aviv David Ben Gurion. Quest’ultimo, con una grande fotografia di Theodor Herzl alle sue spalle, proclama la fondazione dello Stato ebraico, «che porterà il nome di Stato d’Israele».

La risposta dell’Alto Comitato arabo non si fa attendere: tutti gli arabi davanti a Dio e alla Storia non si sottometteranno mai a nessuna potenza venuta in Palestina per imporre una spartizione.

La Gran Bretagna mette fine al mandato e consegna simbolicamente il governo della Palestina ai leader sionisti. Gli inglesi non avrebbero mai scommesso una resistenza di successo di Israele contro tutti gli stati e gli eserciti arabi. La Cisgiordania viene annessa al Regno giordano e la striscia di Gaza occupata da Egitto. Nel 1948 questi ultimi invadono la Palestina dando inizio alla prima guerra arabo-israeliana. Le forze militari israeliane avanzano su tutti i fronti.

Vincendo la guerra Israele conquista il 26% dei territori in più rispetto al piano di spartizione del 1947 e prende il controllo dell’81% della Palestina. È un fatto storico che, dopo la guerra, Israele nazionalizzò altre terre che appartenevano agli arabi.

La legge del ritorno

L’esodo del ’48 conta circa 750.000 arabi palestinesi sui 900.000 che vivevano nei territori di cui Israele prese controllo. Rimangono 150.000 palestinesi sottomessi a Israele. La vittoria di Israele sconvolge tutto il mondo arabo.

In seguito alla vittoria della prima guerra israelo-palestinese, lo Stato d’Israele, abolisce le leggi britanniche ed emana la cosiddetta “legge del ritorno” aprendo le porte a tutti gli ebrei.

Prende vita un vero e proprio esodo dall’Europa. La maggior parte degli ebrei immigrati sono sopravvissuti alla Shoah. Nel solo 1949 sbarcano più di 250.000 immigrati e la popolazione aumenta del 50%.

Colpisce che queste persone sono straniere tra di loro, parlano lingue diverse e la priorità diventa l’integrazione. Inizialmente tuttavia, il governo di Ben Gurion non riesce a gestire il flusso migratorio ed è costretto a praticare una politica di austerità.

Mentre in Israele mancano cibo, lavoro e alloggi, nel resto del mondo arabo prende piede in maniera sempre più forte la questione palestinese, e l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) decide che l’unica via da intraprendere è il conflitto armato.