Terra Santa: donne di ieri e di oggi

Veronica8 Marzo 2022

Dalle regine, prostitute, guerriere e sante del passato all’impegno delle donne di oggi nella società civile palestinese.

Sono poche le donne che ricordiamo nel nostro passato mitico o vissuto, e quelle poche hanno spesso la caratteristica di essere menzionate perché si sono comportate come uomini. Questo è vero anche per il territorio della antica Palestina, un’area caratterizzata da società che tradizionalmente hanno relegato le donne nell’ambito domestico, impedendogli di emergere pubblicamente nella comunità e di lasciare traccia di sé. Tra le più famose, ho scelto alcuni esempi in cui questo aspetto è particolarmente significativo. Secondo la Bibbia, Gezebele, principessa figlia di Ethbaal, re dei Fenici, va in sposa ad Acab, figlio di Omri, re del regno israelita del nord stanziato in Samaria. La loro unione rappresenta un’alleanza politica, che porta vantaggi a entrambi. La Samaria era in effetti una regione molto fertile rispetto al territorio circostante, ma la produzione agricola eccedente doveva essere commercializzata e non c’era di meglio che rivolgersi ai Fenici che vivevano lungo le coste, famosi per le abilità commerciali. La strada che collegava la capitale Samaria (oggi il piccolo villaggio palestinese di Sebastia) con i porti fenici della costa, fu per secoli un asse commerciale strategico per il regno.

Gezebele

Dopo il suo matrimonio, Gezebele emerge come la vera autorità ed è raccontata nella Bibbia come potente, malvagia e prostituta, questo ultimo epiteto peraltro senza alcuna motivazione.  In realtà la sua colpa è quella di aver osato portare il culto del dio fenicio Baal nel regno della Samaria, sfidando i profeti di Yahweh, dio degli Israeliti.

Da moglie perfida, influenza negativamente il re Acab, manipolandolo fino a spingerlo ad uccidere un uomo che si era rifiutato di vendergli una vigna. Paga pesantemente per questo.

Dopo l’uccisione di tutti gli uomini della dinastia da parte di Jehu, successore sostenuto dai profeti, Gezabele è consapevole che anche il suo destino è segnato, perché è lei il vero potere da distruggere. Gezebele, con calma e coraggio si prepara alla morte. Mentre Jehu intriso di sangue galoppa verso di lei, si dipinge gli occhi con il kohl, si pettina i capelli e attende il suo arrivo alla finestra del palazzo. Jehu la fa gettare sotto dai servi.

Il suo corpo è calpestato dal cavallo del re e lasciato in pasto ai cani, i suoi pochi resti paragonati a letame sui campi.

Nel corso dei secoli la storia di Gezebele diventa lo stereotipo femminile della seduttrice, la donna assetata di potere, che osa combattere contro i profeti e contro lo stesso dio. Un vero diavolo tentatore, mentre per le prime femministe diventa una delle donne più intriganti delle Scritture, una donna che si impone, astuta e coraggiosa.

In realtà la Bibbia ce la descrive come se fosse un uomo. Gezebele si comporta e parla in modo arrogante ed inappropriato per una donna in quel contesto culturale. In un mondo dove alle donne non era permesso parlare in modo diretto e deciso in pubblico. Gezebele lo fa davanti al re e ai profeti. È evidente che è straniera ed inadeguata al ruolo destinato ad una donna nella società patriarcale israelita.

Mavia, la regina guerriera

Passando a fonti storiche, un’altra donna risponde ad una logica maschile, super violenta e supereroe: la regina combattente Mavia (in arabo Mawiyah bt. ‘Afzar). Mavia è una regina guerriera araba, che alla fine del IV secolo d.C. (muore nel 425) si ritrova a difendere la Cristianità e la frontiera dell’Impero romano verso il deserto.

Sebbene questa rivolta delle tribù arabe sia storicamente molto importante, la scarsità di fonti e la mancanza di rilevanti materiali archeologici o epigrafici rendono particolarmente difficile ricostruire i dettagli che la circondano. Gli studiosi si sono concentrati soprattutto nel cercare di far luce sui diversi aspetti del ruolo delle confederazioni tribali arabe sulla frontiera sud-orientale dell’Impero romano, ma ben poco si è scritto su Mavia, una donna cristiana, a capo di una confederazione di tribù arabe e probabilmente proprio perché donna pressoché sconosciuta. Quello che sappiamo è che alla fine del 377 o all’inizio del 378, al culmine di una grave crisi politica e militare durante il regno di Valente (che regna tra il 364 e 378), le tribù arabe dei Tanūkhidi si ribellarono.

Le autorità militari romane non riuscirono a domare la rivolta e furono sconfitte delle tribù nomadi, guidate dalla loro regina Mavia, che aveva assunto la guida della confederazione alla morte del re suo marito, al-Hawari nel 375.

Non è chiaro perché le tribù si ribellassero, forse per cause religiose, visto che Mavia era cristiana ortodossa e l’imperatore Valente un ariano, o forse perché alla morte del re le tribù consideravano non più validi gli accordi sottoscritti dal re con l’Impero e volevano rinegoziare.

Il monaco del IV secolo Rufino di Aquileia scrive: “Mavia, la regina dei Saraceni, iniziò a scuotere i paesi e le città ai confini della Palestina e dell’Arabia con feroci attacchi”, devastò le province e “distrusse l’esercito romano in frequenti battaglie battaglie, ne uccise molti e mise in fuga gli altri” (Storia della Chiesa 11.6).

Sozomeno (m. 450), studioso di Gaza, è di poco successivo agli eventi. Racconta che in seguito alla morte del “re dei Saraceni” la pace che era esistita tra i romani e le tribù nomadi si dissolsero e Mavia, la vedova del re, si trovò a capo della confederazione nomade.

Il trattato di pace

Secondo Sozomeno, i Romani avevano sottovalutarono i Saraceni, guidati in persona da Mavia, e subirono una grave sconfitta.

Gli Arabi consideravano questa battaglia una grande vittoria sull’Impero romano e ancora (a suo tempo) commemoravano Mavia e la sua ribellione nelle loro odi e canti.

I Romani furono costretti a trattare con Mavia per la pace, e La Storia ecclesiastica di Socrate Scolastico del V secolo sottolinea come la rivolta di Mavia e delle sue tribù non si interruppe fino a quando il monaco Mosè non fu ordinato vescovo, condizione fondamentale per il trattato di pace.

Secondo Socrate, Mavia avrebbe poi continuato a difendere l’impero, arrivando a inviare i suoi confederati per aiutare la difesa di Costantinopoli attaccata dai Goti. Sembra quindi che la condizione che Mavia pose per la fine della rivolta fosse una.

L’ordinazione del monaco Mosé, di origine araba, a vescovo della sua tribù. Secondo le fonti dell’epoca, Mosè a sua volta poi convertì tanti Saraceni alla fede cristiana. Il trattato ebbe comunque breve durata e nel 383 un’altra rivolta dei Tanūkhidi fu schiacciata dai Romani.

Santa Pelagia, monaco di Antiochia

Il terzo e ultimo esempio del passato vale in effetti per tre. È una condizione comune delle donne di cui resta traccia nella storia, essere prostitute. Se poi la prostituta si pente, allora è destinata ad essere ricordata per sempre come santa. Sono diverse le donne che hanno vissuto questo percorso, prima fra tutte Maria di Magdala, che nel Medioevo sintetizzò inglobandole le storie di altre Marie sue contemporanee.

Anche di lei non è chiaro il peccato; nei Vangeli è scritto solo che era posseduta da sette diavoli, ma nella tradizione diventa poi la meretrice per eccellenza. 

Dopo di lei, altre donne passarono attraverso l’esperienza del peccato e della redenzione, e una in particolare è legata al Monte degli Olivi di Gerusalemme, dove si trova ancora oggi la sua sepoltura.

È Pelagia, attrice di Antiochia, vissuta nel IV o V secolo, anch’essa considerata una prostituta, vista la sua indipendenza economica, autonomia e bellezza.

La sua storia è raccontata da Giacomo, diacono di Edessa. Giacomo narra che il vescovo Nonno, monaco del deserto, si trovava ad Antiochia davanti alla chiesa con un gruppo di vescovi mentre passa per la via la bella Pelagia, vestita in abiti preziosi e gioielli, accompagnata da giovani festosi e ragazze vestite d’oro.

I vescovi distolgono lo sguardo dalla donna peccaminosa, che ha il capo e le spalle scoperte, ma il vescovo Nonno la osserva attentamente a lungo e rivolgendosi agli altri confessa la sua delizia davanti alla meravigliosa bellezza che Dio ha donato alla donna.

Non solo, riflette sulla cura che la donna ha posto per farsi bella per i suoi amanti, mentre i Cristiani poco si adoperavano per rendere splendida la propria anima davanti a Dio.

Una vita dedicata alla preghiera

La narrazione di Giacomo è un espediente per mettere in luce la santità di Nonno. E infatti il vescovo inizia a pregare per Pelagia, affinché la sua bellezza non resti sottomessa ai demoni. Grazie alla sua dedizione, le sue preghiere sono esaudite: Pelagia si sente spinta ad entrare in chiesa durante una sua predica e si converte. Chiederà il battesimo al vescovo, lascerà tutti i suoi beni ai poveri e agli infermi e partirà, vestita in abiti maschili, verso la Palestina.

Solo il vescovo era a conoscenza della decisione della donna e tre anni dopo, quando anche il diacono Giacomo parte per un viaggio in Terra Santa, gli chiede di portare i suoi saluti al monaco Pelagio. Arrivato sul Monte degli Ulivi, con fatica Giacomo riesce ad entrare in contatto, attraverso una finestrella, con il monaco richiuso in una cella.

È solitario, in preghiera, considerato un santo da tutti coloro che vivono nella regione. Giacomo non riconosce Pelagia, ormai sfiorita ed esile per i tanti digiuni, e chiede la sua benedizione. Poco dopo questo l’incontro con Giacomo, Pelagio muore. Solo nel momento della preparazione della salma per la sepoltura, gli altri monaci scoprono che era una donna. Ed è così che Giacomo racconta la sua storia.

Egeria, la prima autrice del viaggio in Terra Santa

In realtà non era inusuale nel primo periodo cristiano trovare donne in preghiera sul Monte degli ulivi.

È una pellegrina donna proveniente forse dalla Galizia, Egeria, l’autrice di uno dei primi itinerari di viaggio in Terra Santa. Alla fine del IV secolo, Egeria descrive, tra gli altri, i riti che venivano celebrati sul Monte degli Ulivi e la presenza di conventi femminili, ma queste donne vivevano in comunità, ed Egeria stessa apparteneva probabilmente ad una congregazione femminile, perché dedica il suo libro alle sue consorelle lontane.

Invece Pelagia, da donna libera dal controllo dei parenti e dalla povertà, si trasforma in uomo per poter vivere in pace e senza rischi la scelta di solitudine e preghiera. Il suo corpo è sepolto nella stessa cella sul Monte degli Ulivi che inizia ad essere meta di pellegrinaggi a partire dal VI secolo.

La venerazione è tale, che che anche le altre religioni monoteistiche di Gerusalemme si appropriano della narrazione della tomba sacra di una donna. Ancora oggi, sul Monte degli Ulivi, subito sotto il luogo dove la tradizione cristiana celebra l’Ascensione di Gesù, un cancelletto conduce alla discussa tomba, datata dagli studiosi al periodo bizantino.

Il contenzioso della tomba sacra

Per i Cristiani è la cella e tomba di Pelagia. La tradizione ebraica, basandosi su scritti rabbinici che la collocavano a sud del Monte del Tempio, venerava in questo luogo fino al XIX secolo, la tomba della profetessa Hulda, vissuta secondo la Bibbia intorno al VII secolo a.C., e discendente da un’altra prostituta pentita famosa della Bibbia, Rahab, che aveva permesso agli Ebrei di conquistare Gerico accogliendoli in segreto nella sua casa.  

Per la tradizione musulmana, nella tomba è sepolta Rābiʿa al-ʿAdawiyya, nata a Bassora, esemplare ascetica e mistica musulmana del VIII secolo d.C. Vergine e nubile per dedicarsi totalmente alla preghiera e all’insegnamento ad una comunità femminile, è considerata la madre del sufismo.

A lei è dedicata anche la moschea costruita sopra la tomba e la strada principale che vi passa davanti.

Due chiavi permettono di accedere al luogo: una è tenuta dalla famiglia musulmana che cura anche la moschea, e l’altra da un monaco cristiano greco-ortodosso. Santa Pelagia è stata costretta a vestire abiti da uomo per potersi dedicare serenamente alla vita eremitica. Al di là dell’interesse per la santa, il luogo ci fa riflettere sull’importanza di Gerusalemme per le figure femminili religiose nell’Ebraismo, Cristianesimo ed Islam. Ma è un tema complesso che esula dal nostro ragionamento.

La spinta al cambiamento parte oggi dalla comunità locale

Torniamo quindi alle donne nel contesto della società civile palestinese e affrontiamo il presente. Dalle esemplari grandi storie di poche protagoniste eccezionali, che proprio per questo sono ricordate, proviamo a raccontare le piccole storie della moltitudine di donne comuni, che ogni giorno devono affrontare con le proprie famiglie la sfida della sopravvivenza, in un contesto drammatico di negazione dei più basilari diritti umani. 

Le donne di oggi condividono con le loro antenate l’estrema difficoltà di uscire dalla sfera domestica, ma diventa sempre più impellente la spinta al cambiamento. Parliamo delle esperienze dirette e concrete dei progetti sviluppati nei Territori Palestinesi negli ultimi venti anni. I progetti nascono da due associazioni non governative entrambe aderenti alla Rotta dei Fenici: l’italiana Associazione pro Terra Sancta e la palestinese Mosaic Centre. Due associazioni impegnate spesso insieme, dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso, nella salvaguardia del patrimonio culturale attraverso il coinvolgimento delle comunità locali.

Il loro lavoro inizia a Gerico, in collaborazione con le autorità locali governative, che selezionano solo ragazzi per partecipare ad una attività di formazione nel campo della conservazione del patrimonio culturale. Ci vorranno alcuni anni e la decisione di lavorare nel settore associativo e non governativo per riuscire ad inserire le prime ragazze. Saranno loro a diventare nel tempo le prime tecniche restauratrici della Palestina. Non sarà facile. Tradizionalmente le ragazze appena sposate seguono il marito. E nel contesto di una grave carenza di lavoro sono molti i giovani palestinesi che emigrano nei paesi limitrofi, soprattutto nei ricchi paesi del Golfo. Le nostre prime ragazze formate sono tutte emigrate appena dopo il matrimonio.

I risultati del Mosaic Centre

L’obiettivo dei progetti condotti non è mai stato semplicemente restaurare o valorizzare dei monumenti a scopo turistico ed economico; l’idea di fondo, che resterà costante in tutte le azioni future, è quella di utilizzare le risorse locali per far crescere culturalmente e socialmente, oltre che economicamente, le comunità residenti, soprattutto coloro in situazione di difficoltà economiche e sociali. Dare la possibilità di essere partecipi, porre le basi affinché le comunità possano utilizzare le proprie risorse per la propria crescita. Le donne non potevano essere escluse, e dopo anni di tentativi, a partire dalla fine degli anni 2000, finalmente alcune delle ragazze si fermano. Saranno necessari particolari accorgimenti.

L’associazione Mosaic Centre è sostenuta da pro Terra Sancta, dai francescani della Custodia di Terra Santa e da alcune istituzioni internazionali.

Sono numerosi i provvedimenti messi in atto dal Mosaic Centre nei confronti delle diependenti. Per esempio, le ragazze possono prendere periodi di pausa anche prolungati legati alla maternità, garantendo il rientro al lavoro e la massima flessibilità negli orari.

Alcune delle ragazze formate tornano a lavorare nel Mosaic Centre anche molti anni dopo. Sono sempre accolte con cura e attenzione ai bisogni specifici. Attraverso i suoi progetti, il team del Mosaic Centre è gradualmente cresciuto.

Dai due primi mosaicisti maschi del 2003 è nato un gruppo di venticinque ragazzi e ragazze che oggi collaborano stabilmente nell’associazione. Le ragazze hanno raggiunto gradualmente quasi il 50%.

Nel tempo, le due associazioni hanno avviato interventi di salvaguardia di edifici storici, salvando dal degrado e l’abbandono il centro storico della cittadina di Sebastia. Qui, e nel vicino villaggio di Nisf Jubeil, la comunità locale, in gran parte femminile, gestisce con successo alcune guest house, un laboratorio di ceramica, una bottega artigianale e una cucina comunitaria.

Nei laboratori di ceramica e di mosaico, le ragazze impegnate nella produzione artigianale portano con sé i propri figli, che vengono accuditi dall’intero gruppo.

Si fa attenzione a tenerli negli spazi aperti o protetti, ma in questo modo è più semplice per le ragazze potersi recare al lavoro.

Da qualche anno il Mosaic Centre ospita anche a Gerico gruppi di turisti e pellegrini sempre più numerosi. Purtroppo con la pesante eccezione degli ultimi due anni di pandemia. Essi trovano nella visita al centro un momento di condivisione e conoscenza. Anche in questo ambito, sono le donne che si impegnano a preparare i pasti e a riscuotere i benefici. Alcune attività sono dedicate esclusivamente alle donne, come a Betania.

Qui infatti sono coinvolte le associazioni femminili del villaggio, per la realizzazione di prodotti artigianali locali da mettere in vendita ai turisti.

In questo caso è stata avviata la produzione di saponi, creme, oli essenziali e candele profumate. Questi prodotti si rifanno alla tradizione cristiana che lega Betania all’unzione di Gesù da parte di Maria, sorella di Lazzaro, con l’olio di nardo.

Si fa attenzione sempre alle bambine, coinvolgendole nelle attività di sensibilizzazione che sono organizzate con le scuole o con le associazioni locali, come laboratori artistici o visite didattiche, per dare loro opportunità educative, di crescita e divertimento fuori casa. Si inizia da lì, a costruire un futuro più giusto.

A cura di Carla Benelli, Responsabile Progetti culturali Associazione Pro Terra Sancta

Per scaricare il tuo eBook “Terra Santa: donne di ieri e di oggi” clicca sul pulsante qui sotto: