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Beirut, un passo alla volta con Josette e Ralph

07 Mai 2026
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Beirut, un passo alla volta con Josette e Ralph
Beirut, un passo alla volta con Josette e Ralph

Due operatori di Pro Terra Sancta a Beirut ci raccontano cosa significhi vivere nel conflitto e portare, dentro di sé, le stesse ferite di chi aiutano.

Dal 1975 a oggi, il Libano ha attraversato trasformazioni profonde e spesso traumatiche, plasmate da crisi sovrapposte: guerre ricorrenti, scontri tra Hezbollah e Israele, tensioni con le forze governative, e un collasso economico senza precedenti.

Il 28 febbraio 2026, l'uccisione della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei in un'operazione congiunta tra Stati Uniti e Israele ha innescato una reazione a catena che ha travolto il Libano. Il 1° marzo, Hezbollah ha rotto la tregua del 2024 lanciando un'offensiva sul nord di Israele; la controffensiva israeliana ha investito il Sud del Libano, la Valle della Bekaa e i sobborghi meridionali di Beirut. Ad Aprile 2026, è stato proclamato il cessate il fuoco, ma solo sulla carta: le violenze e i bombardamenti non si sono fermati in Libano non sono cessati.

È in questo contesto; un Paese già prostrato da anni di crisi economica, ora di nuovo sotto le bombe; che Josette, psicologa, e Ralph, educatore, continuano il loro lavoro ogni giorno nello Shelter di Pro Terra Sancta a Beirut.

Gli abbiamo chiesto cosa significhi essere nati e cresciuti in un contesto di crisi e cosa li abbia spinti a lavorare nell'ambito umanitario.

In che modo Libano è cambiato nel tempo?

Ralph: Il Libano è cambiato in modi che sono al tempo stesso visibili e profondi. Le persone erano generalmente più a loro agio, più aperte, più ottimiste riguardo al futuro. Oggi sembra che qualcosa di impalpabile si sia spostato nell'aria: c'è un peso che prima non c'era. Eppure ciò che è rimasto costante è la resilienza del popolo libanese. Nonostante tutto, c'è ancora una speranza silenziosa ma tenace in giorni migliori.

In cosa la crisi di oggi si differenzia da quelle del passato?

Ralph: Ciò che distingue la crisi attuale è quanto incida profondamente sulla vita quotidiana. Non si limita a momenti di conflitto: è continua. Ricordo i racconti di mia nonna sulla guerra. Nonostante il pericolo, esisteva ancora un senso di normalità: le persone riuscivano a soddisfare i bisogni primari, a mantenere i legami sociali, a sostenersi a vicenda. Oggi la crisi è più complessa e prolungata. Colpisce non solo la sicurezza, ma la dignità, la stabilità e la sopravvivenza quotidiana. Anche la natura stessa della paura è cambiata.

Josette: Le persone non riescono più a reggere ulteriori esperienze traumatiche. Hanno perso la capacità di resistere e di adattarsi, e sono già esauste emotivamente, fisicamente e finanziariamente. In aggiunta, maggior parte della popolazione ha perso il lavoro o sopravvive con salari minimi, spesso costretta a svolgere due o tre lavori al giorno.

Beirut
Beirut, attività di ascolto psico sociale

Qual è la tua storia personale? Perché hai scelto di lavorare per Pro Terra Sancta e, più, in generale cosa ti ha spinto a lavorare per una ONG?

Josette: Prima del 2019 conducevo una vita stabile, felice e appagante. Ero sposata e aspettavo un bambino. Poi, dopo il 2019, ho perso mio marito e la mia famiglia. Ho vissuto per tre anni un divorzio molto difficile, nel mezzo di tutte le sfide che il Libano stava affrontando su ogni fronte. Ero una madre single e crescevo mia figlia praticamente da sola. Due anni fa ho perso anche mio padre. Oggi sono più forte, più resiliente, e pronta a inseguire i miei sogni. nonostante il caos che ancora regna attorno a me.

La sua storia non è un caso isolato. Il conflitto prolungato e l'instabilità economica hanno travolto molte coppie, spingendole verso la separazione. Josette lo vede ogni giorno nel suo lavoro e lo ha vissuto in prima persona. Nello Shelter di Beirut, però, è riuscita a ritrovare una famiglia.

Josette: Sono orgogliosa di dire che Pro Terra Sancta è come una famiglia per me, è la mia seconda famiglia. Sono profondamente grata a tutto lo staff con cui ho costruito un legame profondo nel corso degli anni, e mi onora far parte di un team così rispettoso, professionale e solidale. Amo lavorare con le persone, bambini, adolescenti, anziani, con chi soffre e ha bisogno di qualcuno che lo aiuti, lo sostenga, lo guidi e lo accompagni verso la guarigione. In fondo, anch'io ho vissuto momenti di grande dolore: ho conosciuto il trauma, la perdita, il lutto. Sono esperienze che mi hanno plasmata e che oggi mi permettono di stare vicina a chi ne ha bisogno.»

Per Ralph, invece lavorare nella cooperazione è arrivata quasi come una rivelazione

Ralph: Nell'ottobre 2012, dopo essere stato malato per una settimana, decisi di tornare a scuola anche se non mi ero ancora ripreso. Quel pomeriggio, un assassinio politico provocò una violenta esplosione nel mio quartiere: l'auto era parcheggiata proprio sotto il mio balcone. Essere a scuola quel giorno mi salvò la vita.

Quello che gli rimase impresso, al di là dello shock, fu ciò che accadde dopo: vide le persone unirsi, i volontari ricostruire case, aiutare le famiglie, restituire dignità in mezzo alla distruzione. Esattamente nove anni dopo, in quella stessa data, si imbatté nello Shelter di Pro Terra Sancta a Beirut.

Ralph: ricordo di aver visto un bambino corrermi incontro e saltarmi tra le braccia, genuinamente felice di vedermi. In quel momento, nonostante tutto ciò che aveva perso - la casa, alcuni familiari - c'era ancora spazio per la fiducia e la gioia. Momenti come questi danno senso al mio lavoro.

Lavorare, però, con chi ha vissuto il trauma della guerra significa esporsi quotidianamente a storie di perdita e dolore. Josette ed Ralph descrivono entrambi la difficoltà di questo equilibrio: tra la cura per gli altri e la gestione del proprio peso emotivo.

Qual è l'aspetto più gratificante del tuo lavoro e qual è, invece, la difficoltà maggiore?

Josette: "Per me la cosa più gratificante è la capacità di toccare il cuore e la mente di tante persone nel bisogno, nel dolore, che non hanno nessuno che le sostenga o anche solo le ascolti. È la cura e l'attenzione offerta a fare la differenza. È l’unico modo per alleviare una sofferenza che spesso gli altri non vedono. L'aspetto più difficile, invece, è essere presenti per gli altri anche quando si porta dentro qualcosa di pesante. Mettere da parte il proprio dolore emotivo per riuscire ad aiutare chi, a sua volta, sta affrontando il peso del trauma."

Cosa significa lavorare a stretto contatto con chi ha subito il trauma della guerra?

Ralph: Essere continuamente esposti storie di perdita e sofferenza può essere devastante. A volte ci si porta dietro quel peso emotivo anche dopo la fine della giornata lavorativa. È necessaria una consapevolezza costante di sé, perché in questo campo è facile diventare l'unica persona di cui ci si dimentica di prendersi cura.

Il lavoro psicosociale in contesti di crisi richiede sensibilità, pazienza e un profondo senso di responsabilità. Significa saper ascoltare e saper essere presenti a volte semplicemente senza parlare. Significa creare spazi sicuri in cui le persone si sentano viste e rispettate, senza essere costrette a raccontarsi prima di essere pronte.

Josette: Le persone che hanno vissuto il trauma della guerra possono soffrire di PTSD, depressione, disturbi d'ansia e molto altro. Sono persone fragili e vulnerabili, pronte ad aggrapparsi a ogni piccolo spiraglio di speranza che viene loro offerto. Hanno bisogno di un aiuto continuo, di supporto e di una guida che le accompagni nel superare il trauma, il lutto e le perdite.

Beirut
La psicologa Josette in una scuola a Beirut

I bambini di Beirut: quando il trauma non ha parole

Tra le persone più vulnerabili in un contesto di conflitto ci sono i bambini, quelli che nascono e crescono senza aver mai conosciuto la pace.

Come rispondono i bambini al trauma della guerra?

Ralph: Alcuni bambini si chiudono in sé stessi, altri lo esprimono attraverso l'iperattività o reazioni emotive improvvise. La risposta di un bambino al trauma è come una storia scritta senza parole: espressa attraverso azioni, silenzi ed emozioni che vanno comprese con cura, senza fretta di interpretare.

Josette: I bambini traumatizzati possono manifestare segni di PTSD (disturbo da stress post traumatico, depressione, ansia, comportamenti aggressivi, calo del rendimento scolastico e disturbi del sonno. Proprio per questo motivo l'educazione, in un contesto di crisi deve andare ben oltre la didattica

Quali sono le attività educative fondamentali per i bambini con questo tipo di necessità?

Ralph: Le attività che incoraggiano l'espressione emotiva, come l'arte, il teatro e la narrazione, sono essenziali. Altrettanto importanti sono la struttura, la routine e le opportunità di interazione sociale. Questi elementi aiutano i bambini a ricostruire la fiducia, a ritrovare un senso di normalità e a sviluppare resilienza. In questo senso, l'istruzione diventa non solo un percorso verso l'apprendimento, ma uno spazio per la guarigione e questo bisogno non riguarda solo i bambini.

Josette: Il supporto psicosociale fornisce ai bambini gli strumenti e lo spazio per elaborare le proprie esperienze in un ambiente sicuro e strutturato. Li aiuta a esprimere le emozioni, a ricostruire un senso di routine e a ritrovare una sensazione di stabilità. Nei contesti di crisi, diventa un ponte tra la sopravvivenza e la ripresa.

Un passo alla volta

Josette e Ralph sono persone che portano con sé le stesse ferite di chi aiutano, e che hanno scelto, comunque, di restare. La loro testimonianza ci ricorda che in mezzo alla distruzione esiste ancora uno spazio per la fiducia, per l'ascolto, per la guarigione. Non è un processo rapido, né lineare. Ma è possibile.

E forse è proprio questo il messaggio più importante che arriva da Beirut: che ricostruire un senso di sicurezza, anche dopo decenni di guerra, si può; un passo alla volta, insieme.

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