Gerusalemme scontri

Gerusalemme senza pace: continuano gli scontri

Amy Rodighiero14 Maggio 2021

1682 palestinesi feriti, solo a Gaza 83 morti di cui 17 bambini e 487 feriti, 7 le vittime israeliane di cui 2 bambini, 281 i feriti. I numeri pubblicati dall’Ufficio per il Coordinamento delle Operazioni Umanitarie dell’ONU (OCHA) sono eloquenti ma non riescono a descrivere in pieno la situazione di tensione che stiamo vivendo qui a Gerusalemme, e che sta vivendo tutto il paese. In queste ore, le truppe di terra sono ammassate la confine con la Striscia, in attesa di ordini.

Gli scontri sono iniziati il 13 aprile con il mese di Ramadan, il periodo di digiuno osservato dai musulmani praticanti, e si sono esacerbati dopo la decisione delle autorità israeliane di sfrattare alcune famiglie del quartiere di Sheikh Jarrah, a pochi minuti dal cuore storico di Gerusalemme.

Dal 28 aprile le proteste in segno di solidarietà alle famiglie sono quotidiane. Ogni giorno, dopo l’iftar, il pasto che spezza il digiuno, scoppiano delle rivolte in tutta Gerusalemme Est: presso la moschea di Al Aqsa, Damascus Gate, Lion’s Gate e la spianata delle moschee dove si trova l’iconica cupola della roccia, la moschea principale della Città Santa.

Le vie della città vecchia durante la giornata sono silenziose: tanti i negozi che rimangono chiusi, pochissimi i fedeli che si affacciano al Santo Sepolcro per una preghiera. Le scuole e gli uffici sono attivi a singhiozzo ad eccezione delle sedi delle organizzazioni umanitarie che in questo momento sono impegnatissime nel coordinare i primi soccorsi ai feriti. 

Gerusalemme sta vivendo una tensione che fatica a trovare sfogo o soluzione. Di notte le strade e i palazzi risuonano delle urla di chi protesta, delle sirene della polizia, si sentono vicinissimi gli scoppi delle bombe, gli spari, lo scompiglio che segue al lancio di bombe a gas o di getti di acqua sporca sulla folla per disperderla

Tutto questo avviene a pochi minuti dal cuore della cristianità e impedisce ai fedeli, musulmani ed ebrei compresi, di poter pregare a Gerusalemme, di vivere con serenità nella più santa delle città. L’accesso ai luoghi di culto è infatti limitato e, nel caso della moschea di Al Aqsa, uno dei punti caldi per gli scontri, addirittura interdetto dalle autorità militari. 

A causa degli scontri, la tradizionale veglia per l’Ascensione che si tiene sul Monte degli Ulivi non è stata fatta: alcuni frati e fedeli si sono riuniti per recitare i vespri, ma la notte calda di Gerusalemme non è stata resa più dolce dalla musica e dalle preghiere. Dall’alto si vedevano i lampeggianti della polizia, si sentivano già i primi scoppi delle bombe sonore. 

Questo stato di tensione perenne che continua a crescere, questa escalation di violenza, limita ogni tentativo di costruire ponti di pace: anche il nostro Terra Sancta Museum, a pochi passi dal Lion’s Gate, è stato chiuso in via precauzionale. Qui, dove un team di esperti internazionali di ogni religione lavora per costruire ponti di dialogo e pace, i timori per la sicurezza del nostro personale, della collezione e del pubblico locale che frequenta il Museo hanno preso il sopravvento.

Ma non ci arrendiamo. Anche quando – e speriamo presto – verrà siglata una tregua fragile, continueremo a lavorare instancabilmente per una pace lunga e duratura. Ogni giorno, secondo il compito che ci è stato affidato.


Lavoriamo costantemente per la promozione di progetti di assistenza, dialogo e pace in Terra Santa. Anche tu puoi aiutarci, ecco come fare: