Giugno 2019
Firas Lutfi Aleppo

“L’avete fatto a me”: la testimonianza di fra Firas Lutfi da Aleppo

Al posto di studiare e giocare, imparare arte e musica, i bambini siriani hanno perso a causa della guerra tutti i mezzi per una crescita normale e dignitosa. Invece di divertirsi e giocare devono rinchiudersi dentro casa per paura di uscire perché morte o mutilazione li attende fuori o dentro la stessa casa. Paura e stress, soffrire la fame e la sete, la perdita di un parente o compagno di scuola. Eppure, siamo nati per vivere e per godere la vita e per gioire. In Siria soltanto, il numero dei civili morti, bambini e donne, ha superato 500 mila da quando il conflitto è scoppiato 8 anni fa, è davvero scandaloso. Davanti alla fame, alle guerre, e al dramma della sofferenza degli innocenti, non basta domandarsi “perché” tutto questo, ma “come” far sì che cessino e non procurino più male o cosa posso fare davanti a tutto ciò.

A proposito della guerra mi sono anch’io posto delle domande: perché il mio Paese e la mia gente devono soffrire? Perché gli innocenti devono pagare il gioco sporco dei “grandi”? Chi è responsabile del male che distrugge la culla dell’umanità e del patrimonio culturale unico al mondo? Chi ha la forza e la responsabilità di fermare questo Tsunami di morte e distruzione? Chi deve guarire le ferite insanabili di una generazione intera?

Quando i bombardamenti si sono intensificati sulla città di Aleppo e le bombe cadevano come la pioggia, non era sufficiente domandarsi tanti perché, ma come intervenire per soccorrere e salvare la pelle alle persone.

Centinaia di bimbi sono nati durante la guerra nella zona di Aleppo Est, la parte più colpita della città. Nessuno riconosce l’esistenza di questi perché considerati figli dei terroristi (frutto di un seme cattivo che dovrebbe essere eliminato!). Esistono fisicamente, ma non sono riconosciuti all’anagrafe. Molti sono rimasti mutilati e sfigurati. Tanti rimasti orfani che vivono dai nonni oppure minorenni che devono badare ai loro fratelli ancora più giovani.

A dire il vero non sapevo da dove iniziare. La complessità del dramma intorno a me supera le mie forze. Tanto sono i miei incarchi quanto alte e pesanti le necessità che occorrono.

Insieme a una mia amica Dr. Binan, una tra i pochi psicologi rimasti ad Aleppo, abbiamo studiato il primo progetto chiamato “arte terapeutica” nel Franciscan Care Center; un mezzo per curare i traumi e le ferite più nascoste, mediante l’arte, la musica, lo sport, il teatro e le attività intellettuali. Questo centro è pensato come risposta all’emergenza psicologica dei bambini affetti da gravi disagi e stress nati dentro un contesto molto complesso e tragico. Dunque, non un trattamento psicologico classico, ma per dare spazio allo sviluppo dei talenti sportivi e artistici. È una cura mediante la bellezza. Accanto a una struttura resa disponibile per diverse attività per questo obbiettivo, tre campi da gioco (due di calcio e uno di pallacanestro) sono stati realizzati. In più una piscina che aiuta i ragazzi allo svago e promozione dei talenti. Il numero dei bambini registrati nel primo giorno di apertura, da 7-17 anni, sono 500. A distanza di un anno le persone che hanno frequentato il nostro centro sono più di 2000. In quest’estate pensiamo di fare una summer school per 3 ore al giorno con varie attività, specialmente sportive, per oltre 600 bambini.

Gli spazi del nostro convento sono a servizio della comunità cristiana. Servono essenzialmente all’accoglienza delle centinaia di famiglie rimaste nella città martire di Aleppo. Durante l’estate ogni giorno centinaia di persone ogni giorno frequentano il collegio perché non si trovano altre possibilità.

Diverse sono le attività che si svolgono in questi centri. Le attività rivolte ai bambini sono: la registrazione di quelli senza identità, corsi di recupero di insegnamento per quelli che hanno perso scuola per anni, attività di supporto psicologico, fisioterapia e logopedia per disabili e mutilati di guerra, ecc. Il progetto accoglie pure le donne rimaste vedove e senza lavoro. Oltre al supporto psicologico ci sono diverse attitudini per sostenere ed aiutare queste madri per custodire e tutelare i loro figli. I numeri dei destinatari nei due centri supera i mille, e in attesa ce ne sono centinaia.

Desidero ribadire che tutto ciò che è stato realizzare non perché sono un eroe o spinto dalla voglia di fare. Il vero motivo che mi ha spinto a reagire al dramma è come posso “essere prossimo” a chi soffre, a prescindere dalle infinite domande sui perché della sofferenza. Sono molto convinto del proverbio che dice: “Invece di maledire le tenebre, accendi tu una lucerna”! Infine, non bisogna sempre pensare a fare grandi mosse o progetti per aiutare: la carità non si misura nella quantità ma nella qualità. Madre Teresa di Calcutta diceva “l’oceano è fatto di tante gocce, ma senza questa goccia l’oceano non sarebbe lo stesso”!

 

condividi facebook twitter google pinterest stampa invia