Le storie terribili del JACC a Gerusalemme e il sostegno di ATS pro Terra Sancta

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“Durante il viaggio dall’Africa molte persone hanno subito forti violenze, talvolta hanno visto i loro cari morire davanti ai loro occhi. Così spesso vivono, anche dopo anni, con traumi che impediscono di vivere e lavorare serenamente”. A parlare è Rachel Gerber, coordinatrice del Jerusalem African Community Center di Gerusalemme, che accoglie i profughi di origini africana sbarcati in Israele. Ha tante storie come queste, di persone costrette a lasciare il proprio paese e vittime delle più terribili atrocità.

Oggi vivono con difficoltà in un tessuto sociale in continuo cambiamento, che la Custodia di Terra Santa non ha voluto ignorare. E’ da alcuni mesi infatti che ATS pro Terra Sancta – su incoraggiamento del Custode fra Francesco Patton – sostiene il centro per i rifugiati africani (circa 3000 solo a Gerusalemme). La maggior parte di essi sono cristiani e provengono da paesi come Eritrea, Etiopia e Sudan, paesi in cui il cristianesimo è presente dai primi secoli, e spesso si ritrovano ad essere privi di diritti civili e politici, fantasmi in una città che vive una già complessa situazione politico-sociale.

“Noi non chiediamo mai l’appartenenza religiosa, – spiega Rachel – ma sicuramente alcuni di loro possono essere anche cattolici oltre che appartenere alla chiesa ortodossa etiope”. Nella piccola sede della JACC, nel cuore di Jaffa Street, è stato possibile realizzare uno spazio dove bambini e famiglie ogni giorno ricevono assistenza da un punto di vista giuridico, educativo, sanitario.  ATS pro Terra Sancta offre un aiuto per questi i progetti, tra cui lezioni di lingua inglese ed ebraica, progetti per i giovani, assistenza nell’educazione scolastica, aiuto umanitario e psicologico.

Nei suoi tre anni insieme ai tanti volontari del JACC, Rachel ricorda di quando un giorno qualcuno bussò alla porta, aveva avuto un incidente di lavoro, sua moglie aveva perso il lavoro ed era incinta. L’uomo non poteva nemmeno ricevere un risarcimento perché non aveva un conto in banca e i volontari del centro hanno cercato in tutti i modi di aiutarlo. “Quando sono tornata dal mio viaggio in Africa – racconta – l’ho incontrato per strada ed era felice, era ritornato a lavorare e i suoi figli andavano a scuola”.

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