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Libano: cosa non si dice della guerra che sconvolge il Medio Oriente

29 Maggio 2026
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Libano: cosa non si dice della guerra che sconvolge il Medio Oriente
Libano: cosa non si dice della guerra che sconvolge il Medio Oriente

In Medio Oriente, il conflitto continua a intaccare la vita della popolazione. Ne abbiamo parlato con Giacomo Gentile, responsabile dei progetti per Pro Terra Sancta.

Il 28 maggio 2026 sono ricominciati i raid sul Libano e hanno colpito Beirut, Tiro e Sidone. Della situazione nel Paese e, più in generale, di come viva la popolazione in un contesto martoriato dalla guerra, ne abbiamo voluto parlare con Giacomo Gentile, responsabile dei progetti per Pro Terra Sancta, mentre si trovava in missione nella terra dei cedri.

Per approfondimenti sulla situazione attuale e sulla storia del paese: Leggi qui!

Come descriveresti la situazione in Libano? 

Mi trovo appunto a Beirut da qualche giorno, in questo momento sono nella guest house, dei frati francescani a Gemmayze, a pochi metri dal porto di Beirut che nell’agosto 2020 ha subito una drammatica esplosione; altro momento infelice nella storia del Libano. La prima cosa che puoi notare, quando arrivi, è il fortissimo rumore che arriva dal cielo; sto parlando dei droni. C’è n’è uno in particolare che si piazza sopra la città di Beirut i dalle 9 alle 17 di pomeriggio e produce un ronzio costante. Questo drone coordina le operazioni dal sud fino alla periferia di Beirut e controlla anche i movimenti dei miliziani di Hezbollah - è, infatti, un drone forze militari israeliane.  Questa è l’immagine con cui volevo iniziare: il rumore che accompagna tutte le ore della giornata e produce uno stato perenne di sottofondo, di ansia e di paura.

Come e dove vivono gli sfollati libanesi?

Per capire la portata di questa tragedia umanitaria dobbiamo guardare la mappa. Nel sud del Libano c'è la famosa "linea gialla" (yellow line), un confine a forma di L rovesciata presidiato fisicamente dai militari che sono entrati per circa 15 chilometri all'interno del Paese, avvicinandosi pericolosamente al fiume Litani. L'intensificarsi dei bombardamenti in quella fascia ha rasato al suolo interi quartieri e ha causato, solo negli ultimi due mesi, più di 1.300.000 sfollati. Per dare un'idea: stiamo parlando di un milione e trecentomila persone che si spostano su un territorio che è grande poco più delle Marche, su una popolazione totale di appena 5 milioni. È una proporzione spaventosa.

Questa marea è scappata dal sud e ha letteralmente invaso Beirut, spingendosi poi fino al nord del Paese. Oggi i profughi si trovano ovunque in città: dalle zone di confine come il quartiere di Dahieh, fino alla Corniche, la passeggiata sul mare che di solito è la zona più ricca ed elegante. Strade e grandi parcheggi sono ormai pieni di tende. Ma il problema drammatico è che sono passati tanti giorni, e vivere in tenda sull'asfalto non è più sostenibile. Emergono alcune domande: dove sono i servizi igienici? Dove ci si lava? Dove ci si cambia? Siamo davanti a una grandissima emergenza sanitaria.

Ecco perché, proprio in queste ultime settimane, come Pro Terra Santa stiamo lavorando insieme al Governo e ad altre realtà locali per togliere le persone dalle strade e organizzare i cosiddetti shelters, dei rifugi attrezzati dove poter restituire a queste famiglie un minimo di igiene, sicurezza e umanità.

Giacomo, procede, poi illustrando delle foto fatte in questi giorni. Molte raffigurano quartieri e case completamente distrutte, altre mostrano le persone che vengono aiutate in questo momento.

Libano 2026
Libano, 2026

Cosa sono gli shelters e qual è l’aiuto che forniscono?

Innanzitutto sono tutte le scuole pubbliche del Libano. Sono chiuse di nuovo da quasi due mesi e mezzo e accolgono migliaia di sfollati che vivono nelle classi. Le lezioni sono sospese per tutti: ci sono numerosi bambini delle famiglie sfollate presenti in questi shelters. Poi ci sono gli edifici pubblici in stato di degrado e abbandonati, che sono stati subito resi disponibili per accogliere le persone e portarle via dalle tende.

Ci sono anche tanti conventi e monasteri, soprattutto Maroniti, che hanno aperto le porte per ospitare centinaia di persone. In quel momento, le municipalità - da Beirut a Tripoli, a Zgartha - hanno chiesto alle ONG di collaborare, di suddividersi queste scuole per aiutare nel contingente, attraverso la distribuzione di cibo, di acqua potabile e di sapone.  

Come Pro Terra Sancta, abbiamo in gestione sei scuole a Beirut e quattro shelters nel Nord, vicino a Tripoli, e portiamo avanti, dove possibile, attività di doposcuola e, soprattutto, di supporto psico sociale per i bambini, che sono spaventati e passano le giornate sostanzialmente a non fare nulla.

Qual è l’aspetto più drammatico della crisi in corso in Libano?

L’aspetto più drammatico della crisi attuale risiede nella crescente consapevolezza che il Sud del Libano rimarrà inaccessibile a lungo: parliamo di uno o due anni, se non di più. Se nell'autunno del 2024, di fronte a una crisi analoga, la popolazione sperava ancora in un cessate il fuoco imminente che permettesse il ritorno alle proprie case, oggi quella speranza è svanita.

Ci troviamo così di fronte a un nuovo interrogativo, che interpella direttamente il governo e l'intera comunità internazionale: quale sarà il destino di un milione e trecentomila sfollati? Dove andranno, e come si potrà riorganizzare internamente un Paese in cui un'intera regione rischia di rimanere inagibile per anni?

Libano attività di PSS
Assistenza ai bambini sfollati, Beirut 2026

È possibile fare la differenza in un contesto del genere?

Si può. Per aiutare concretamente oggi in Libano, come ONG abbiamo attivi numerosi progetti sul campo, che rispondono a due livelli di bisogno: quello materiale, che è urgentissimo, e quello psicologico, che è forse la sfida più grande dentro questa tragedia.

Da una parte c’è l’emergenza immediata. Aiutarci significa sostenere i nostri due dispensari medici, uno a Beirut e uno a Tripoli: un aiuto che ci permette di portare medicine, di coprire i costi delle visite e di spedire i farmaci direttamente dall'Italia. La richiesta è enorme, sia per i malati cronici sia per i feriti di guerra. Significa anche garantire il funzionamento delle quattro mense che producono pasti caldi ogni giorno, la distribuzione di cibo e tutto il supporto educativo e psicologico per i bambini sfollati nelle scuole e negli shelter.

Ma c’è un secondo livello, altrettanto importante. Sostenere questi spazi significa ricostruire i legami sociali che la paura sta smantellando.

Oggi in Libano sta tornando a serpeggiare la diffidenza: ci sono famiglie cristiane che hanno paura di ospitare famiglie sciite, e viceversa, perché temono di diventare un target. Ecco, dentro questo bisogno immenso, lo spirito di carità diventa l'unico luogo in cui riscoprire l'umanità.

Aiutarci non significa solo inviare un aiuto economico, ma permettere a un anziano solo di venire al dispensario anche solo per scambiare due parole e bere un tè con i medici, o dare una risposta a quella madre che mi diceva, con la voce strozzata dal pianto: "noi non chiediamo di vivere con dignità ma in questo momento chiediamo solamente di vivere. La dignità è diventata un lusso”. Sostenere questi progetti significa fare in modo che la recente visita del Papa a novembre non sia stata inutile, ma continui a portare frutto. Perché la consapevolezza profonda è che quando qualcuno ti visita e si prende cura di te, tu ritrovi la forza di fare lo stesso con gli altri. Ed è così che l'aiuto si trasforma in acqua viva per tutti.

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