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I bambini invisibili: dall’Iraq alla Giordania

16 Gennaio 2026
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I bambini invisibili: dall’Iraq alla Giordania
I bambini invisibili: dall’Iraq alla Giordania

In Giordania, i bambini arrivati dall’Iraq dopo il 2019 non sono riconosciuti come rifugiati e sono esclusi dalle scuole pubbliche. Per garantire loro un futuro li accogliamo nelle nostre strutture. Ce ne parla Tariq Rezeqallah, responsabile dei progetti nel Paese.

il difficile destino dei bambini in fuga dall'Iraq

Dall'inizio della Guerra del Golfo nel 1991, la Giordania è diventata uno dei principali rifugi per chi scappa dai conflitti in Iraq. Tuttavia, nonostante il passare dei decenni, i profughi iracheni continuano a essere considerati "ospiti temporanei", privati di uno status giuridico che ne riconosca pienamente i diritti. Abbiamo chiesto a Tariq, responsabile dei progetti di Pro Terra Sancta nel Paese, di raccontarci la realtà dei più piccoli che crescono in questa incertezza.

Se tra il 2003 e il 2019 l'ottenimento dello status di rifugiato era ancora accessibile, negli ultimi anni lo scenario è drasticamente mutato. «A partire da quell'anno, le politiche interne della Giordania sono cambiate, rendendo oggi estremamente difficile per molti di loro accedere alla documentazione ufficiale necessaria per il riconoscimento formale. Gran parte di queste persone sono di fede cristiana – spiega Tariq – fuggite dall'Iraq in seguito alle violente persecuzioni avvenute a Mosul nel 2015.»

Questo inasprimento normativo ha spinto migliaia di esuli in un limbo burocratico: senza il riconoscimento formale dello Stato, l'accesso a tutele legali e percorsi di integrazione rimane di fatto precluso. Le conseguenze più gravi ricadono sull'educazione dei bambini.

Progetto educativo nella scuola di Marka

La scuola di Marka

«Nel quartiere di Marka, ad Amman, aiutiamo i figli delle famiglie irachene che non possono accedere all'istruzione pubblica perché privi di risorse economiche e della documentazione richiesta dal governo. Presso la scuola del Patriarcato Latino, che sosteniamo con impegno, accogliamo tutti questi bambini che altrimenti non avrebbero alcuna possibilità di studiare: per loro abbiamo strutturato un programma di lezioni pomeridiane che inizia ogni giorno subito dopo il termine delle attività dedicate agli altri studenti

Un aspetto unico del progetto è la scelta del personale: «I collaboratori impegnati in questo progetto – aggiunge Tariq – sono tutti profughi iracheni. Si tratta di una decisione che risponde a una dura realtà sociale: in Giordania vige per loro un severo divieto di impiego. Per legge, infatti, non possono lavorare regolarmente se non in possesso di un permesso specifico, il cui costo è però proibitivo per la
maggior parte delle famiglie.»

Coinvolgere i genitori e gli adulti della comunità non è solo un atto di giustizia sociale, ma la chiave del progetto: è proprio attraverso questi collaboratori, che vivono e conoscono profondamente il quartiere, che la scuola riesce a intercettare e accogliere i bambini più vulnerabili, portandoli dall'isolamento della strada alla sicurezza di una scuola.

I bambini Iracheni durante un'attività di arteterapia


Integrazione e memoria: i bambini dall’Iraq in Giordania

L’accoglienza dei bambini iracheni non si esaurisce tra i banchi, poiché molti di loro portano con sé le ferite invisibili del conflitto e dello sradicamento. Per questo, la scuola del Patriarcato Latino a Marka è pensata anzitutto come uno spazio sicuro dove ricostruire la normalità perduta attraverso il gioco, lo sport e l'arte. In particolare, il programma dedicato al patrimonio culturale gioca un ruolo chiave nel processo di integrazione di questi bambini. Come sottolinea Tariq: «Offriamo loro lo stesso programma che offriamo agli altri bambini affinché possano conoscere la storia della Giordania. Organizziamo attività specifiche e visite, come quelle al Monte Nebo, per mostrare loro la storia cronologica del Paese. È fondamentale offrire un programma completo che risponda alle loro necessità accademiche, ma che li aiuti anche a sentirsi parte della realtà in cui vivono oggi».

Insegnare a questi bambini la storia della terra che li ospita è il primo passo per trasformare un esilio forzato in un nuovo inizio. Per fare in modo che non siano più invisibili.

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