È sempre difficile trovare le parole per iniziare a raccontare qualcosa che ha cambiato nel profondo lo spirito. In questi giorni ho pensato più volte di avere bisogno di portare con me un pezzo di Siria: non per raccontare un’avventura giovanile, ma per testimoniare ciò che ho visto e vissuto.
Io e Giulia, un’amica conosciuta in università, abbiamo trascorso il mese di agosto ad Aleppo come volontari nell’ufficio locale di Pro Terra Sancta. Giulia studia la storia dei cristiani in Siria; io sono arrivato spinto da una curiosità cresciuta nell’ultimo anno, alimentata da incontri e domande che mi hanno portata fin qui.
Il primo vero impatto con Aleppo arriva il giorno dopo il nostro arrivo. La città appare subito per quello che è: una città ancora segnata dalla guerra. Nella parte antica il contrasto è difficile da ignorare. Da una parte edifici ricostruiti, negozi riaperti e il traffico che riprende lentamente il suo corso; dall’altra interi isolati distrutti, case sventrate e muri segnati dai proiettili.
Bassel, uno dei ragazzi che ci accompagna, racconta di quando, da adolescente, dovette attraversare una zona esposta ai cecchini per andare a ritirare la carta d’identità. Lo racconta quasi ridendo, come se l’ironia fosse un modo per combattere interiormente i traumi subìti dalla guerra. Poi il tono cambia: molte persone, spiega, sono morte durante semplici commissioni, colpite dai cecchini appostati nei punti strategici della città.
Al tramonto raggiungiamo il grande mercato coperto, il vecchio caravanserraglio che per secoli ha accolto mercanti provenienti da tutto il Medio Oriente. Oggi gran parte della struttura è crollata. Le sezioni ancora in piedi sono intervallate da spazi abbandonati. Di fronte a quelle macerie mi chiedo quanta rabbia sia rimasta nelle persone che vivono qui. Antony, responsabile dell’ufficio di Aleppo di Pro Terra Sancta, non evita la domanda. «Sì, la rabbia torna spesso. C’è stata in passato e c’è ancora oggi». Poi aggiunge che l’incontro con chi arriva dall’esterno permette agli aleppini di guardare nuovamente la propria città, riconoscere ciò che è andato perduto e, allo stesso tempo, ciò che può essere ricostruito.
È questo il tratto che più emerge nei giorni trascorsi ad Aleppo. La città non viene raccontata soltanto attraverso ciò che ha perso, ma attraverso ciò che può tornare a essere.
Ed è qui che il lavoro di Pro Terra Sancta assume un significato particolare.
Nei centri educativi di Aleppo Est, uno dei quartieri più colpiti dalla guerra, giovani e adulti possono studiare, diplomarsi e imparare una lingua. La maggior parte degli studenti è musulmana. Gli insegnanti cristiani raccontano di ragazzi che rimangono oltre l’orario delle lezioni e che descrivono quei luoghi come una casa. Joseph, uno dei responsabili, lo sintetizza così: «Il cristianesimo mi permette di non guardare alla religione, ma al bisogno che questi bambini hanno. Con loro mi è chiaro che il mio compito, prima ancora di essere insegnante, è amare». La stessa concretezza si ritrova nel sostegno alle famiglie più povere attraverso l’installazione di pannelli solari. Per una famiglia, l’elettricità significa poter utilizzare un macchinario per sollevare un ragazzo disabile e permettergli di essere lavato e sottoposto a fisioterapia. Per un’altra significa semplicemente poter accendere un piccolo ventilatore e far dormire i bambini durante la notte. Sono interventi minimi rispetto alla dimensione della crisi siriana. È proprio la loro concretezza, però, a renderli significativi.
In una città in cui interi quartieri sono stati distrutti, la ricostruzione parte dagli elementi più quotidiani: un ventilatore, una stanza illuminata, la possibilità di studiare o di prendersi cura di una persona malata.
Ma dopo giorni ad Aleppo mi sembra che la questione sia più profonda.
La ricostruzione non riguarda soltanto gli edifici. Riguarda la possibilità, per chi è rimasto, di tornare a considerare la propria vita qualcosa che vale la pena costruire. Avevo pensato di venire in Siria per vedere una terra segnata dalla guerra. Ho trovato certamente la distruzione. Ma dentro quella distruzione ho incontrato persone che continuano a costruire, con una coscienza tenace di ciò che hanno ricevuto e di ciò che sono chiamate a lasciare. Aleppo non è una città che ha smesso di vivere. È una città che prova a vivere dopo essere stata distrutta. E forse è questo che mi porto a casa: la consapevolezza che, qualche volta, ricostruire significa semplicemente scegliere di restare.

