Al Meeting di Rimini la Terra Santa è tornata al centro della scena con due incontri che si sono idealmente parlati a distanza di due giorni. Lunedì 24 agosto, all'Auditorium, fra Francesco Ielpo, Custode di Terra Santa e presidente di Pro Terra Sancta, ha dialogato con padre Gabriel Romanelli, parroco di Gaza, nell'incontro "Amare la Terra Santa". Mercoledì 26, davanti a una platea gremita, è stata la volta del cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, che di Pro Terra Sancta è stato presidente negli anni in cui guidava la Custodia, protagonista del dialogo "Scrutando il cielo di Gerusalemme". Due voci diverse per storia e ministero, unite da uno stesso sguardo: quello di chi ha scelto di rimanere.
È proprio "rimanere" la parola che fra Ielpo ha consegnato al pubblico di Rimini. "Rimanere oggi in Terra Santa – ha detto il Custode – significa condividere il destino delle persone che ci sono affidate e custodire una speranza che non si nutre di risultati immediati, ma si fonda sulla Risurrezione di Cristo". Una presenza fatta di gesti concreti – aprire scuole, sostenere famiglie, anziani, bambini e poveri, pregare ogni giorno – ma che non si lascia ridurre alla somma delle sue opere. "Faccio più fatica a elencare le opere – ha confidato – perché mi accorgo sempre di più che innanzitutto c'è un'opera che è ciascuno di noi, che è il mio cuore, che continuamente va costruita". Senza questa radice, ha avvertito, il rischio è chiaro: "Saresti un'altra ONG tra le tante".
Il Custode ha raccontato l'esempio di Betania, dove tre giovani frati hanno ricominciato "stimandosi, volendosi bene", al punto che oggi la parrocchia è troppo piccola per accogliere i fedeli. E ha ricordato, citando Leone XIV, l'"emorragia cristiana" che svuota la Cisgiordania, dove i cristiani chiedono soprattutto permessi di lavoro per poter restare. Perché nessuno può imporre l'eroismo a un popolo stanco: sganciare la missione dalla vocazione, ha detto, significherebbe fare "violenza agli stessi cristiani che vivono lì". La consegna finale è un programma: "Siamo chiamati a custodire una speranza certa e una fraternità possibile, a custodire quei piccoli germogli di dialogo che ancora resistono, che raramente fanno notizia ma che tengono aperta la possibilità della pace". Perché, ha ricordato indicando il cuore della fede cristiana, "il Santo Sepolcro ci ricorda che l'ultima parola non appartiene alla morte".
Due giorni dopo, il cardinale Pizzaballa ha portato a Rimini il peso e la concretezza della cronaca. Su Gaza il suo giudizio non concede attenuanti: la situazione "si è deteriorata tantissimo" e resta "umanamente molto devastata". La Cisgiordania è ormai "una terra senza legge", dove "ci sia una situazione di aggressione continua da parte dei coloni è un fatto assodato". Eppure il Patriarca ha voluto rovesciare lo sguardo: "Quando noi pensiamo a Gaza pensiamo soprattutto a morte e distruzione, ma c'è anche tanta vita: quei ragazzi sono pieni di vita, di desiderio di vita". Ragazzi che, tra le macerie, chiedono di tornare a studiare.
Anche per Pizzaballa il nodo è la speranza, da non confondere con l'ottimismo: "Non dobbiamo confondere la speranza con 'andrà tutto bene' o con una soluzione politica. La speranza è qualcos'altro": "nasce dall'interno del cuore, è figlia della fede". Così come la pace non può diventare una formula vuota: "Dobbiamo evitare di ridurre la pace a uno slogan". La diplomazia, ha spiegato, resta "l'unico modo per cercare di risolvere il conflitto che eviti l'uso delle armi, della violenza e della forza militare", e la soluzione politica dei due Stati è necessaria perché "è l'unico modo di riconoscere agli israeliani e ai palestinesi il diritto di avere una casa nella loro terra". In una terra dove "ciascuno si sente vittima e la sola vittima, e questo è un circolo vizioso", il Patriarca ha indicato la strada della memoria riconciliata: "Non significa dimenticare il passato, ma non si deve permettere che questo fatto di dolore e di ingiustizie segni il futuro. Dobbiamo consegnare un passato redento alle nuove generazioni". E quando ha affermato che "per noi cristiani è costitutivo il rifiuto di ogni forma di violenza", la platea si è alzata in un'ovazione.
Il Custode e il Patriarca, il presidente di Pro Terra Sancta e chi lo ha preceduto in quel ruolo, hanno detto in fondo la stessa cosa con accenti diversi: la Terra Santa non si ama da lontano, né a parole. Si ama rimanendo, costruendo scuole e case, custodendo germogli di dialogo che non fanno notizia. Perché la guerra, ha ricordato Pizzaballa, "ruba ai giovani gli anni più belli della loro vita, quando non toglie loro la vita stessa". E perché, come scrutando il cielo di Gerusalemme, anche nella notte più lunga si può continuare ad attendere l'aurora.






