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Due mesi a Betlemme, tra i bambini dell’Hogar

9 settembre 2026
Pro Terra Sancta
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Due mesi a Betlemme, tra i bambini dell’Hogar
Due mesi a Betlemme, tra i bambini dell’Hogar

Il 3 marzo, con gli amici dell'università, abbiamo organizzato una cena con Andrea di Pro Terra Sancta, in vista della giornata di raccolta fondi. Mi colpì soprattutto il modo di operare dell'associazione: non un aiuto materiale immediato e basta, ma una presenza stabile, che accompagna le persone e i luoghi. Quell'incontro mi è rimasto dentro come un tarlo. Una settimana dopo, alla giornata di raccolta fondi, mi sono proposto come volontario, inaspettatamente anche per me, per i mesi liberi tra la laurea triennale e l'inizio della magistrale. Mi hanno preso sul serio: un mese dopo, insieme a un amico, avevo una destinazione. Betlemme, l'Hogar, la casa dove le suore accudiscono 41 bambini disabili.

Partivo con aspettative molto alte: mi figuravo un'esperienza interiormente intensa, illuminante. Sono stati invece due mesi più di assenza che di presenza, fatti di lavoro, di docce da fare, di pranzi, di finestre da lavare. Eppure alcune cose che ho visto continuano a lavorare dentro di me.

La prima è l'amore delle suore. Amano i bambini in un modo che, anche solo da vedere, impressiona. Suor Q., una delle fondatrici, era tornata a Betlemme per un'operazione: appena arrivata ha fatto il giro dei saluti e davanti a R., un bambino in carrozzina, si è inginocchiata — con la faccia ancora dolorante — ed è rimasta abbracciata a lui per due minuti. Una sera, mentre lavavamo le finestre fino a tardi, suor A. ha voluto a tutti i costi cucinarci la cena, lei che si sveglia all'alba e sta dietro ai bambini tutto il giorno. E quando il piccolo P., in punizione per i capricci a pranzo, rischiava di farmi cedere con la sua simpatia, suor P. mi ha detto: "Devi comportarti con lui come ti comporteresti con tuo figlio". L'Hogar non è un posto dove si sopravvive: è una casa, dove questi bambini fanno l'esperienza di essere amati come figli.

La seconda cosa è una domanda. Alcuni bambini hanno condizioni cliniche gravissime: non parlano, non camminano, sembra che nulla li raggiunga. Noi volontari non abbiamo cambiato niente della loro condizione; abbiamo aggiunto qualche sorriso, per un tempo brevissimo. A volte ci sembrava perfino di fare un danno: i bambini si affezionavano, poi noi partivamo e loro restavano. A cosa è servito il nostro lavoro? Che cos'è, davvero, l'utilità? Non ho una risposta chiusa. So che quella domanda, lì, non si poteva evitare, e che portarla a casa è già qualcosa.

Poi c'è S. Il giorno del suo compleanno — nove anni, abbandonato, adottato e poi abbandonato di nuovo — la famiglia adottiva è venuta a trovarlo. Regali, torta, musica; S. felicissimo, più buono con tutti. Poi i saluti. Dopo che genitori e fratelli se ne sono andati, è rimasto solo nella parte alta del cortile, fermo accanto al monopattino appena ricevuto, senza toccarlo. Mi sono avvicinato per insegnargli a usarlo e l'ho trovato che piangeva quasi in silenzio, lui che non sta mai in silenzio. L'ho abbracciato: non ha resistito, ma non ha nemmeno ricambiato. Chi guarisce una ferita così? È la domanda più seria che mi sono portato via da Betlemme.

L'ultima cosa riguarda il custodire. La galleria del telefono si riempiva di foto e video, e sapevo già come sarebbe andata: le avrei riguardate sempre meno, fino a dimenticarle. Poi, a Nazareth, ho conosciuto suor S., che dirige una scuola. Prima di salutarci ci ha richiesto i nomi: voleva ricordarli bene, perché da quel giorno avrebbe pregato per noi ogni giorno, come faceva da tre anni con Marco, l'altro volontario, con cui la familiarità era rimasta intatta. Non so bene cosa significhi pregare per qualcuno; so solo dire i nomi dei bambini dell'Hogar, uno per uno. Ma ho capito che custodire un volto è questo, molto più che riguardare le foto.

Tutto questo che ho raccontato non era per niente chiaro mentre ero lì, ma ora che sono tornato, desidero che la mia esperienza in Terra Santa e il giudizio che ne ho dato diventino sempre più carnali, una Presenza nella mia vita. E vedo che il modo più ragionevole affinché questo possa accadere è rimanere nella strada che mi è stata indicata lì: la Chiesa, per scoprire se veramente la vita si compie in Lui, risposta a tutte le attese del mio cuore.

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