I francescani avevano aperto la scuola di Knayeh, in Siria, nel 1958. Nel 1972, solo quattordici anni dopo, è stata occupata. In epoca recente, per dieci anni ha fatto da rifugio (abusivo) ai jihadisti. Domenica 20 settembre, dopo più di cinquant'anni, è tornata a essere una scuola. Insieme a lei ha riaperto quella di Yaqubiya, un chilometro più in là. Yaqubiya e Knayeh sono due villaggi cristiani della valle dell'Oronte, nella provincia di Idlib, a pochi chilometri dal confine turco. Dal 2015 la zona è stata controllata dalle milizie jihadiste, prima Jabhat al-Nusra, poi Hayat Tahrir al-Sham. Per i cristiani rimasti significava vivere sotto regole imposte da altri: croci rimosse, proprietà confiscate, culto ridotto a quello che si poteva fare dentro le chiese. Molti sono partiti. I francescani della Custodia di Terra Santa sono rimasti.
Durante l'assedio, quando non ci si poteva muovere, i parroci fra Khoukaz Masroub e fra Luai Bisharat hanno recuperato qualche stanza e ricominciato a fare lezione a venti bambini. Dopo la caduta di Assad gli ultimi sfollati se ne sono andati e i lavori sono partiti a pieno ritmo, grazie a tante realtà che si sono messe assieme. Oggi gli edifici sono restaurati all'80%. A Yaqubiya studiano i bambini dai tre ai dieci anni, a Knayeh i ragazzi dai dieci ai diciassette.
Negli stessi giorni, a Gaza, ha riaperto la scuola del Patriarcato latino di Gerusalemme. Gli iscritti sono 1.005 bambini e ragazzi, dalla scuola dell'infanzia all'ultimo anno delle superiori. E gli insegnanti tornati al lavoro sono settantasette. Venivano da quasi tre anni di scuola interrotta. Durante la guerra la parrocchia della Sacra Famiglia ha continuato a fare lezione ai bambini sfollati che ospitava nei suoi locali. In primavera, quando alcune famiglie sono tornate nelle loro case, si è liberato spazio per accogliere più studenti. Oggi è l'unica istituzione educativa cristiana attiva nella Striscia. Mancano banchi, quaderni, materiale di base.
Sono due storie diverse. Idlib ha vissuto dieci anni di controllo jihadista, Gaza la guerra più distruttiva della sua storia. Ma chi è rimasto, in entrambi i posti, ha fatto lo stesso ragionamento: appena dopo il pane viene la scuola.
Chi ha governato la valle dell'Oronte in questi anni voleva una sola identità ammessa. Una scuola aperta a tutti è invece la risposta più concreta a ogni narrativa escludente. Tornato in Siria, fra Masroub ha incontrato lo sheikh della moschea del posto. Gli ha raccontato di aver studiato nella scuola di Terra Santa prima della chiusura. Il suo insegnante di inglese era il padre del frate. Oggi la scuola ha 80 alunni. A lavori finiti potrà accoglierne quasi 300, anche figli di famiglie musulmane. A Gaza la scuola del Patriarcato accoglie già studenti da tutta la comunità locale, non solo cristiana.
Il vescovo Hanna Jallouf, vicario apostolico di Aleppo, ha passato gli anni della guerra proprio in quella valle, come parroco di Knayeh. Lo dice senza giri di parole: "In tanti anni di guerra i giovani hanno imparato soltanto il mestiere della guerra". Adesso, aggiunge, “bisogna insegnare loro quello della pace e della convivenza”. Una scuola serve a questo.
La Siria esce da quindici anni di guerra con un'economia distrutta. Secondo le Nazioni Unite circa nove siriani su dieci vivono sotto la soglia di povertà. A Gaza l'economia, semplicemente, non esiste più. In condizioni così la scuola è la prima cosa a cui una famiglia rinuncia: un figlio che lavora porta a casa qualcosa, e soprattutto non costa.
Ogni ragazzo che lascia la scuola a dodici anni è un tecnico, un infermiere, un insegnante che non ci sarà. Il danno non si vede subito, ma si accumula nel tempo. A Gaza un bambino che nel 2023 aveva iniziato le elementari rientra oggi in classe senza averle mai frequentate. Per questo la scuola sta avviando attività di sostegno psicologico, per gli studenti e per gli insegnanti. A Knayeh e Yaqubiya i 25 docenti sono giovani laureati dei villaggi, rientrati in Siria dopo la guerra. Una scuola serve a far crescere i talenti e a richiamare quelli che se n'erano andati.
Nel lavoro umanitario a volte si tende a separare l'emergenza dallo sviluppo: prima il cibo e i ripari, poi, quando sarà possibile, il resto. A Knayeh e a Gaza il passaggio si vede negli stessi muri. Gli spazi che hanno ospitato gli sfollati tornano a essere – finalmente - delle aule.
Una scuola produce reddito prima ancora di aprire. Il cantiere di Knayeh e Yaqubiya ha dato lavoro a quasi cento persone tra elettricisti, falegnami, artigiani e operai: cento famiglie con un'entrata, in un paese dove il lavoro è un’altra tra le più gravi emergenze. Poi ci sono gli stipendi degli insegnanti, 25 in Siria, 77 a Gaza. E c'è l'effetto più difficile da misurare. Chi pensa al rientro non guarda subito alla tenuta politica del paese. Si informa se c'è una casa, un lavoro, una scuola per i figli. Insomma, le cose essenziali per vivere. Oggi tra Knayeh, Yaqubiya e i villaggi vicini vivono duecento famiglie, il doppio che durante la guerra. In Siria, all'inaugurazione, il Custode fra Francesco Ielpo ha ringraziato i frati che hanno seguito i lavori. Ha detto che il volto migliore della presenza francescana è "rimanere accanto alla gente, condividere la fatica e ricostruire insieme la speranza".
Da questa settimana, a Yaqubiya, a Knayeh e a Gaza, ci sono di nuovo classi, registri, compiti da correggere. E bambini, che possono tornare a imparare. A guardarsi, forse con un po’ di stupore. Sono le cose ordinarie da cui dipende ciò che sarà di entrambe queste terre. E il cardinale Pierbattista Pizzaballa, nelle sue visite a Gaza, l'ha ripetuto più volte: "Senza educazione per i bambini, come può esserci speranza?"

