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La Storia di Amina

1 ottobre 2026
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La Storia di Amina
La Storia di Amina

Amina.

Amina ha 14 anni, e per tre di questi ha letto da sinistra a destra a Gaziantep, dove la famiglia era scappata quando lei ne aveva sei. La scuola era in turco. Quando sono tornati ad Aleppo Est, nel quartiere di Al-Myassar, la casa aveva ancora il tetto, ma non le finestre. Amina sapeva leggere le insegne dei negozi turchi, ma non il nome della propria via. A scuola la mettono in quinta con altri 48. Il maestro scrive alla lavagna, lei copia i segni come si copia un disegno.

A dicembre, in aula, tiene addosso il cappotto. E a febbraio smette di andarci. Per tre settimane nessuno se ne accorge.

È la madre a portarla al centro di Pro Terra Sancta. Ci va per sé, in realtà, agli incontri di sostegno psicologico del martedì. Amina la aspetta in corridoio, finché un'educatrice le chiede se vuol entrare in una classe.

Sono 12, tutti più piccoli di lei. Si siede in fondo. Le prime settimane impara a tenere la penna in un altro modo. L'arabo si scrive da destra, e la mano che per anni è andata nell'altra direzione si blocca a metà riga. L'educatrice non la corregge davanti agli altri, le dà un quaderno da portare a casa con una lettera per pagina: Alif, Bāʾ, Tāʾ.

A marzo, Amina legge il nome della sua via. Non lo dice a nessuno. Il giorno dopo lo legge ad alta voce alla madre, che non sa leggere né in turco né in arabo. La madre le chiede di rileggerlo. E il martedì seguente si iscrive al corso di alfabetizzazione.

Il problema è Khaled. Ha 19 anni, lavora in un'officina da quando ne aveva 12, e porta a casa più soldi del padre. Per lui, una ragazza che rientra alle sei da un posto dove ci sono anche maschi è una cosa che non si fa. Una sera le strappa il quaderno. Amina ricopia le pagine sui fogli sciolti e li nasconde sotto il materasso. Dal centro chiamano per l'assenza e poi chiamano ancora. Alla fine il direttore chiede di parlare con il fratello. Si incontrano un pomeriggio di aprile in una delle cinque aule. Khaled arriva con le braccia incrociate. Gli mostrano il registro delle assenze, i voti, il nome dell'educatrice che segue la sorella. Gli spiegano chi c'è in classe e chi controlla. Gli chiedono se vuole passare qualche volta a vedere. Khaled non dice di sì, ma la settimana dopo Amina rientra in classe. E a casa nessuno le chiede dove va. A giugno supera l'esame di recupero della scuola statale e torna in pari con la sua età. In classe sono ancora 50. D'estate non c'è un ventilatore. Ma adesso Amina capisce cosa c'è scritto alla lavagna e alza la mano. La maestra le chiede dove ha imparato, e lei risponde: «Al centro». Il pomeriggio continua ad andarci. Aiuta i più piccoli con le lettere. A Yamen, 8 anni, rientrato come lei dalla Turchia, ha insegnato un piccolo trucco: quando la mano va nella direzione sbagliata, fermarsi e ricominciare dal margine opposto.

Una sera d'autunno, Khaled torna dall'officina con un foglio piegato in tasca. È un modulo dell'anagrafe, pieno di caselle. Lo appoggia sul tavolo senza dire niente. Amina lo legge riga per riga e gli spiega cosa deve scrivere. Lui prende la penna e la tiene sospesa sopra la prima casella, poi la posa. Il martedì dopo, davanti alla segreteria del centro, c'è un ragazzo di 19 anni con le mani sporche di grasso e un quaderno nuovo sotto il braccio. E chiede: «Posso iscrivermi anch'io?»

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