Ci sono cose che l'occhio non riesce a cogliere, ma che rimangono scolpite indelebilmente dentro di noi. Il suono è una di queste. Non possiede una forma tangibile, non si può afferrare né custodire in una teca, eppure ha la straordinaria capacità di viaggiare attraverso il tempo, rievocare emozioni sopite e plasmare in modo profondo i nostri ricordi e la nostra identità.
Se ci fermiamo a riflettere sulla nostra quotidianità, scopriamo come la memoria sia costellata di paesaggi sonori e stagionali. Il ronzio cadenzato di un tagliaerba in una calda domenica pomeriggio rievoca immediatamente la spensieratezza e il profumo dell'estate; il fischio leggero e il borbottio rassicurante della moka sul fuoco scandiscono il risveglio di ogni mattina; il picchiettare costante della pioggia sulle persiane accompagna le sere d'autunno. Sono frequenze familiari che non svaniscono semplicemente nell'aria, ma si attaccano ai luoghi e alle persone, diventando la colonna sonora invisibile della nostra esistenza.
In Terra Santa, questa dimensione acustica assume una risonanza ancora più profonda. Qui i suoni non costituiscono semplici rumori di fondo, ma vere e proprie impronte spirituali e culturali capaci di plasmare la memoria collettiva di un'intera comunità, tramandando vicende millenarie e gesti d'amore per la propria terra.
Il suono come materia: la lezione dell'arte
L'esplorazione del legame tra acustica e memoria trova la sua fondazione concettuale in una profonda intuizione dell'artista Pallavi Paul: "A differenza della luce, la quale possiede la capacità di propagarsi nel vuoto, il suono necessita inevitabilmente di una materia a cui aggrapparsi per esistere. Muovendosi nello spazio, l'onda sonora si attacca agli oggetti, alle persone, alle pareti delle case e alle pietre dei monumenti antichi". Nel compiere questo viaggio, il suono genera dinamiche invisibili che, una volta tradotte in geometria, riescono finalmente a rivelarsi agli occhi dell'osservatore.
È da questa potente suggestione che prende forma l'installazione sonora "Shaping Sound in Stone" (Scolpire il suono: la pietra nel mosaico / نحت الصوت في الحجر), ideata e prodotta dall'artista sonoro Owais Ibrahim in stretta collaborazione con i team di Pro Terra Sancta e del Mosaic Centre.
I suoni del mosaico: ritmi e gesti antichi
L'installazione è stata concepita non come una fredda mostra statica, ma come un evento esperienziale immersivo tenutosi nelle giornate di giovedì 6, venerdì 7 e sabato 8 agosto 2026, con apertura serale. Cornice di questo straordinario appuntamento sono stati gli spazi del Mosaic Centre, incastonati lungo la celebre e storica Star Street a Betlemme.
L'atmosfera serale ha permesso ai visitatori di accedere a un percorso sensoriale unico, in cui le pietre millenarie della strada e dell'edificio hanno dialogato con le frequenze sonore, dimostrando come un materiale rigido e solido come la pietra possa farsi cassa di risonanza per il suono, prendendo forma attraverso le sue vibrazioni e offrendo una prospettiva inedita sul rapporto tra scultura, spazio ed eco.
L'opera sonora racchiude e intreccia registrazioni ambientali e acustiche realizzate a Gerico e nei principali siti storici legati alla secolare tradizione mosaicistica della regione. Ne nasce un viaggio acustico avvolgente che guida l'ascoltatore attraverso i gesti, i ritmi e la fatica del lavoro artigianale.
Attraverso l'ascolto, prende vita il ritmo cadenzato del taglierino e della tagliolina, azionati dalla mano esperta dell'artista che sminuzza la pietra plasmando ogni singola tessera con millimetrica precisione. A questo si alterna il fruscio dell'acqua unito al fischio acuto della sega elettrica che taglia i blocchi lapidei riducendoli in strisce sottili, seguito dal colpo secco e deciso del martello manuale, la cui forza dosata con maestria ricava le tessere dai listelli. Infine, il delicato e quasi sussurrato passaggio del pennello sulla superficie completata pulisce il mosaico libero dalla polvere, restituendo brillantezza ai colori naturali della pietra.
Le voci che accompagnano l'opera
Accanto al ritmo degli strumenti del mestiere, l'installazione di Owais Ibrahim dà voce e volto a chi dedica quotidianamente la propria vita alla conservazione e alla valorizzazione di questo inestimabile patrimonio culturale.
Nel percorso acustico si riscontra la testimonianza di Iyad Njoum, Direttore del Mosaic Centre, che svela le storie, le tradizioni e la vivacità culturale custodite nella pratica secolare del mosaico in Palestina. Ad accompagnare gli ascoltatori tra le città e le pietre della storia intervengono poi le parole di Carla Benelli, storica dell'arte e responsabile dei progetti per il patrimonio culturale di Pro Terra Sancta, che conduce il pubblico alla scoperta dei luoghi sacri prendendo le mosse dalla celebre Mappa di Madaba. Un momento di profonda commozione è affidato infine al racconto di Alberto Trapani, restauratore italiano della ditta Piacenti, che descrive la meraviglia e l'emozione provate nel riportare alla luce i magnifici mosaici incastonati nella Grotta della Basilica della Natività a Betlemme durante i complessi lavori di restauro.
Un ascolto che diventa gesto condiviso
Al centro della sala espositiva del Mosaic Centre, l'esperienza non si limita alla contemplazione uditiva. Le onde sonore registrate sul campo vengono tradotte in tempo reale in forme grafiche e composizioni geometriche proiettate e visibili nello spazio.
In questo contesto, ogni visitatore è invitato a compiere un gesto attivo e partecipativo: scegliere una o più tessere di pietra e collocarle all'interno di un mosaico collettivo che prende forma progressivamente nella sala. In una perfetta sintesi concettuale, ogni suono scolpisce la pietra e ogni gesto d'ascolto disegna un motivo decorativo. L'insieme dei partecipanti dà vita a un'opera aperta che racchiude i tocchi, i movimenti, le risate e le voci di chiunque vi prenda parte, entrando a far parte della secolare tradizione artistica di Betlemme e arricchendo la collezione permanente del Mosaic Centre.











