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Scavare a Sebastia

7 agosto 2026
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Scavare a Sebastia
Scavare a Sebastia

Sebastia è un villaggio su un colle a una decina di chilometri a nord-ovest di Nablus. Il sito è abitato da almeno tre millenni e conserva, uno sopra l'altro, i segni di tutte le epoche che lo hanno attraversato.

La città ellenistica, la Sebaste ricostruita da Erode il Grande in onore di Augusto, con il tempio, il foro, la basilica, il teatro, la strada colonnata, i livelli bizantini e islamici, la cattedrale crociata diventata moschea di Nabi Yahya, che custodisce la memoria della tomba di Giovanni Battista, fino alle case ottomane. Il 24 luglio 2026, a Busan, il Comitato del Patrimonio Mondiale dell'UNESCO ha iscritto Sebastia con procedura d'urgenza sia nella Lista del Patrimonio Mondiale sia in quella del Patrimonio in pericolo: tra le minacce indicate c'è il progetto di esproprio dei terreni per la creazione di un parco nazionale israeliano, che dividerebbe in due l'area del sito. Il parco archeologico si trova infatti in Area C, sotto controllo israeliano; il villaggio, che vive di turismo e di ulivi, in Area B.

Qualche mese fa, in un'antica casa del villaggio, un piccolo scavo condotto dall'Università Nazionale An-Najah di Nablus per conto della municipalità ha restituito alcuni reperti importanti e antichissimi. Ne abbiamo parlato con due studentesse del master in archeologia che vi hanno lavorato: Maysa, cresciuta negli Stati Uniti e tornata in Palestina per studiare archeologia, e Yasmeen Tibi, di Nablus.

Come siete arrivate all'archeologia?

Maysa: Ho vissuto vent'anni negli Stati Uniti e ho studiato biologia, che non c'entra nulla. Ma ogni estate tornavo qui, e Sebastia era uno dei miei posti preferiti. Sentivo un legame, sentivo che volevo fare qualcosa per questa terra. Quando scavi e trovi le cose, il legame con la terra diventa più forte. Per questo sono tornata a studiare archeologia in Palestina.

Yasmeen: Io me ne sono innamorata a diciassette anni: la storia, il patrimonio. Ho fatto qui la triennale e ora il master. Vorrei specializzarmi in preistoria.

Quanti siete a studiare archeologia?

Maysa: Pochi. Al master siamo in quattro; con la triennale, undici in tutto. Quando parlo con i ragazzi che finiscono le superiori, pensano che con l'archeologia non ci sia futuro. Io invece ho in mente ricerche che mettano in collegamento le civiltà: per la mia tesi vorrei lavorare sui legami tra Spagna e Palestina.

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Il team al lavoro a Sebastia

Come è nato questo scavo?

Maysa: Lo scavo fa parte del nostro percorso di master. Il professore doveva organizzare un cantiere didattico e siamo state noi a chiedergli di lavorare a Sebastia. Ci è voluto molto tempo per ottenere il permesso, a causa della situazione delicata del posto. Alla fine è arrivato: la municipalità voleva recuperare un'antica casa per un suo progetto e chiedeva di verificare cosa ci fosse sotto, prima di cominciare i lavori. Non ci aspettavamo quello che abbiamo trovato.

Cioè?

Maysa: Abbiamo cominciato a togliere terra, strato dopo strato: il periodo islamico, poi il bizantino, poi il romano, e sotto ancora livelli più antichi. Ogni volta che pensavamo di aver finito, da un ambiente se ne aprivano altri. Per questo lo scavo ha richiesto molto più tempo del previsto. La scoperta principale è una grande pietra che pensiamo fosse legata a un culto: forse quello di Mitra, un culto esoterico di epoca romana. È un'ipotesi che dovrà confermare il nostro professore, con la relazione finale a cui stiamo lavorando.

Che città era Sebastia in epoca romana?

Maysa: Un luogo importante: c'è il grande palazzo, il tempio dedicato ad Augusto, con una forte personalità religiosa. Da quello che abbiamo trovato — l'agricoltura, il sistema delle acque — la gente aveva quello che le serviva per vivere bene. E poi c'è la memoria di Giovanni Battista, che secondo la tradizione fu ucciso qui: per questo Sebastia è importante per più religioni. A me colpisce soprattutto come le persone di questa terra si siano adattate a ogni civiltà che l'ha governata: i greci, i romani, i bizantini, il periodo islamico.

Perché il vostro lavoro a Sebastia è importante?

Maysa: Perché è in corso il tentativo di prendere l'intera area archeologica e annetterla a uno degli insediamenti. Al parco non possiamo più accedere, ed è durissimo per noi e per la gente di Sebastia. Lavorare lì, per noi, è stato anche un modo di resistere: esserci, fare qualcosa nella nostra terra. Ma non si tratta di stabilire chi se ne appropria. Sebastia non è solo nostra, o loro: è un patrimonio dell'umanità, un luogo di cui bisogna rivelare le storie a tutti. Per questo sono felice che finalmente l'UNESCO l'abbia riconosciuto. E per questo scavare è così importante: la storia non si scrive a partire dalle opinioni, ma dalle evidenze.

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Che difficoltà avete incontrato durante il lavoro?

Maysa: Io venivo ogni giorno da Ramallah. A volte trovavo il cancello chiuso e dovevo fare un'altra strada, perdendo tempo. Più volte, mentre lavoravamo, sono arrivati i coloni a dirci di spostare le macchine e di non farci vedere in giro. Non è mai successo niente, ma in alcuni momenti non ci siamo sentite al sicuro.

Yasmeen: Io vivo a Nablus est. Tra i checkpoint e i cancelli, arrivare ogni giorno a Sebastia era così difficile che certe notti ho dovuto dormire lì.

Chi decide sui permessi di scavo?

Maysa: Dipende dalla zona. Il nostro scavo era in un'area sotto il governo palestinese, e il permesso l'ha dato il Ministero. Il sito che interessava davvero al nostro professore, però, era in Area C: lì il permesso è stato negato. E anche lavorando in area palestinese avevamo sempre il timore che qualcuno arrivasse a dirci di fermarci. L'ostacolo principale per noi resta l'occupazione.

I palestinesi sono consapevoli del proprio patrimonio?

Maysa: Serve più consapevolezza. Poche persone conoscono queste cose o se ne curano, ma non le biasimo: con tutto quello che affrontano ogni giorno, l'archeologia è l'ultimo dei pensieri. Quando ne parlo con parenti e amici si interessano, poi la vita li porta altrove.

Il patrimonio culturale può essere una via di pace e di dialogo?

Maysa: Sì. Mostrare il patrimonio porta pace, perché ti costringe ad accettare che altri hanno vissuto qui, che hanno una storia qui, e che non c'è niente di male in questo. Vale anche al contrario: se ci fosse un'evidenza archeologica di una presenza ebraica, niente di male, è parte della storia. Accettare gli altri sulla base delle evidenze avvicina le persone. Ma le evidenze ci vogliono: è per questo che bisogna continuare a scavare.

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