Una mamma in Siria: la storia di Jameela

Vero6 Maggio 2022

Jameela è una donna siriana, ha appena compiuto 35 anni e vive a Damasco. Quando è iniziata la guerra, nel 2011, aveva 24 anni, ed era già madre di due bambini. Senza un lavoro, come molte donne si dedicava alla cura della casa e ai suoi figli. Suo marito Simon si preoccupava di mantenere la famiglia con alcuni lavoretti saltuari. “Non eravamo certo ricchi, ma non stavamo male”. Fino all’inizio della guerra.

Vita quotidiana tra bombardamenti incessanti

Lei ricorda bene quei giorni di bombardamenti intensi che non finivano mai, vissuti assieme al marito e ai due piccoli di casa, George e Louay, di tre e cinque anni. “Ero preoccupata per quello che stava succedendo, ma all’inizio non pensavo a una tragedia simile”.

Per come può, cerca di educare i bambini e tenerli attivi anche quando la scuola viene chiusa a causa della guerra. Allora la vita in casa diventa più monotona, i bambini si ritrovano spesso a giocare sul balcone di casa, perché scendere può diventare troppo pericoloso.

Jameela viveva in una casa semplice, modesta, due stanze e un piccolo cortile dove giocare. Una casa come tante altre, vicino alla porta di san Tommaso, all’ingresso della città vecchia di Damasco.

Un caldo sabato mattina di fine aprile, i due bambini erano scesi presto a giocare a calcio. “Avevo ancora in mente la forte esplosione della notte, ma non ci avevo fatto tanto caso. Era abbastanza normale. Non ero preoccupata che potesse succedere altro”. E così decide di andare al mercato a comprare un po’ di verdura, mentre chiede ai suoi figli di aspettare in casa che tornasse il padre. George e Louay vanno in terrazzo per continuare a giocare a pallone.

La più grande disperazione

“Appena vicina al mercato, di fianco alla grande Moschea, ho sentito una forte esplosione, e ho avuto uno strano presentimento”. Jameela torna velocemente a casa, lasciando cadere per terra quello che aveva comprato e accelerando il passo sempre di più. Mentre comincia a intravedere casa sua in lontananza si accorge di quello che era successo davvero.

Un colpo di mortaio aveva distrutto il balcone di casa sua, uccidendo i suoi bambini mentre giocavano. “Mi hanno raccontato di essere rimasta paralizzata dallo spavento, per giorni non riuscivo a parlare. Non sono nemmeno riuscita a vedere i corpi dei miei bambini. Ero impietrita”.

Durante il funerale comincia a urlare la sua disperazione. Simon fatica a trattenerla mentre Jameela prova ad aprire le piccole bare per dare un ultimo bacio ai suoi bambini. Nessuno ha avuto il coraggio di dirle che dei corpi dei bambini sono stati trovati solo alcuni pezzi, messi poi dentro quelle piccole casse di legno.

“Oggi quasi sorrido a quel gesto così ingenuo da parte mia. È stata la prova più grande della nostra vita, mia e di mio marito”. Per alcuni mesi Jameela non vuole vedere nessuno. “Ero arrabbiata con Dio per quello che mi aveva fatto. Se è buono, come ha potuto permettere una cosa del genere? Mi sembrava ingiusto e sfogavo tutta la mia rabbia contro di Lui”.

Il miracolo inaspettato

Passano ancora alcuni mesi e rimane incinta. Niente da fare, questa volta non vuole proprio tenere il bambino che aveva appena cominciato a crescere nella sua pancia. “Non avrei sopportato di partorire un altro bambino che in un modo o nell’altro poteva venirmi tolto. Mai più rischi di questo genere. Non ne avevo il coraggio. No, dissi a Simon che avrei voluto abortire”.

Poi accade quello che lei chiama “il miracolo”. Incontra alcune persone della parrocchia, dove negli scorsi anni abbiamo aperto un centro di accoglienza, che cominciano a starle vicino. A farle semplicemente compagnia. Quella compagnia che comincia a farle sorgere qualche domanda. “Perché quelle persone erano felici? Cosa le rendeva capaci di amare? Ecco, più passavo del tempo con loro e più mi accorgevo che volevo essere come loro, capace di quel sorriso, capace di essere felice”.

Quelle amicizie diventano un sostegno quotidiano. Tanto che pian piano nel cuore di Jameela si fa strada la forza di provare a perdonare e di accettare un altro figlio. Quel bambino che ancora viveva nel suo grembo. Una sera comunica a suo marito Simon la sua scelta. “Simon, voglio tenere questo bambino”. E così porta a termine la gravidanza.

L’Angelo che ci ha mandato il Signore

Pochi mesi dopo nasce un nuovo figlio, che hanno deciso di chiamare Angelo. “L’Angelo che ci ha mandato il Signore – dice mentre lo prende in braccio – quando pensavamo di aver perso tutto”.

Questa è la storia di Jameela, una storia di dolore e speranza, di quelle che solo paesi come la Siria hanno saputo regalarci in questi anni di guerra. La raccontiamo oggi, a pochi giorni dalla festa della mamma, per ricordare e celebrare il coraggio di tante mamme che hanno cresciuto i propri figli in questo paese vittima e martire.