Bambini che studiano nel progetto Un nome Un futuro

Una speranza in Siria

Emma Garroni9 Maggio 2024

“Speranza e disperazione”: è la dicotomia che racchiude tutto il senso di impotenza che si prova di fronte a una realtà che si mostra per com’è, senza offrire appigli al desiderio di trovare una sintesi semplificatrice degli elementi perturbanti.

Chi torna a casa sente tanto la disperazione quanto la speranza, la Siria è tanto distrutta quanto viva: le due realtà convivono senza risolversi, in un binomio difficile da accettare ma necessario da riconoscere.

Abbiamo parlato con Ana De Estrada e Gabriella Solaro, le nostre collaboratrici appena tornate da un intenso viaggio in Siria, per farci raccontare cos’hanno visto e quali storie portano a casa con sé: partendo da Beirut hanno raggiunto Latakia, Aleppo e Hama, per approdare infine a Damasco. Lo scopo della missione era quello di verificare e conoscere di persona i progetti che Pro Terra Sancta finanzia e le persone che li rendono vivi e possibili: controllare l’andamento delle attività, parlare con lo staff locale e con i beneficiari dei progetti, conoscere le loro storie per poterle raccontare una volta tornate a casa. Hanno avuto l’occasione di incontrare moltissime famiglie, effettive o potenziali beneficiarie delle attività proposte dall’Associazione, e di toccare con mano la realtà locale e gli effetti del nostro operato.

Ana e Gabriella insieme alla gente e ai bambini di Aleppo.
Ana e Gabriella ad Aleppo.

Siria di buio e macerie

“Ho visto macerie, tante macerie! Interi paesi rasi al suolo, abbandonati perché viverci è impossibile, villaggi che un tempo, si può capire, erano pieni di vita. Non c’è più nessuno, chi ha potuto è andato via, all’estero, alla ricerca di un futuro migliore; altri si sono spostati internamente, verso città meno colpite.”

Le nostre collaboratrici ci raccontano una Siria invasa dalla distruzione e dal vuoto: case abbandonate, villaggi deserti, gente che fugge lasciando la propria casa e il proprio paese. In particolare è la solitudine di Aleppo a colpire: è una città che impressiona per la bellezza che si intuisce dietro le macerie, la distruzione completa permette di scorgere in filigrana l’opulenza che un tempo splendeva tra le strade della città. Oggi ben poco risplende: quando cala la sera scende un buio fitto, perché ad Aleppo – e in diversi altri luoghi del Paese – manca la luce elettrica per buona parte delle ore del giorno.

Ci sono decine di case vuote nelle città siriane, lasciate da chi è fuggito per non tornare. Oltre allo stato di abbandono in cui si trovano, ciò che impressiona è il contrasto con l’altissimo numero di persone che, sfollate dai villaggi occupati, non hanno nulla e non possono pagare un affitto: decine di case deserte e decine di persone che non possono permettersi di abitarle, un paradosso difficile da accettare.

Speranza e disperazione

“Sono stati dieci giorni molti intensi, ricchi di incontri, di sentimenti controversi: a volte cadevo nella disperazione vedendo l’enormità della distruzione, le difficoltà della vita quotidiana, la fatica dei capifamiglia, la rabbia dei giovani, il buio e l’abbandono delle città. Ma sono tornata a casa portandomi dietro anche tanta speranza, perché ho visto negli occhi di molti siriani una grande voglia di vivere, di rinascere, di credere in se stessi e nel loro paese.”

Sia Gabriella che Ana, raccontandoci del viaggio, hanno pronunciato la parola “speranza” più volte e con convinzione, appena dopo aver parlato di una terra ridotta in polvere. Sembra un paradosso, ma ci spiegano che di fatto non lo è: restando una decina di giorni e parlando con tante persone il loro sguardo si è arricchito di panorami nuovi, spaziando oltre le macerie su cui subito si era posato. Soprattutto il confronto con i giovani allarga il campo visivo, inquadrando una popolazione speranzosa e determinata.

Prima dell’intervista Ana ci ha inviato un testo in cui ha trasposto le sue prime impressioni di ritorno dal viaggio, dal quale sono tratte le frasi che aprono i paragrafi di questo articolo. L’ha intitolato Speranza e disperazione, dicotomia che racchiude tutto il senso di impotenza che si prova di fronte a una realtà che si mostra per com’è, senza offrire appigli al desiderio di trovare una sintesi semplificatrice degli elementi perturbanti. Chi torna a casa sente tanto la disperazione quanto la speranza, la Siria è tanto distrutta quanto viva: le due realtà convivono senza risolversi, in un binomio difficile da accettare ma necessario da riconoscere.

L’aiuto offerto dai progetti attivi in Siria è una goccia nel mare, ma ogni goccia fa la differenza: i nostri progetti restituiscono un po’ di normalità alle persone locali, tenendo per mano chi coraggiosamente sceglie di rimanere e di provare a immaginare un presente e un futuro diversi. Tra questi ci sono sicuramente i giovani che partecipano al progetto WIP, attivo in Siria a Damasco e ad Aleppo: il fatto stesso che partecipino ed investano in un progetto volto a finanziare nuove imprese locali mostra quanto credano fermamente in se stessi e nel loro paese. Chiedono solo di essere guardati e di essere visti da parte di un Occidente che li ignora, non li vede.

L’impatto dei progetti di Pro Terra Sancta

“I siriani non possono e non vogliono cadere nella disperazione, sono fieri della loro storia e del loro patrimonio culturale e sono pronti a mettersi in gioco per far ripartire il loro paese.”

Il primo progetto di cui Ana e Gabriella ci parlano con entusiasmo è la mensa di Aleppo: ci raccontano cucine brulicanti di persone e di profumi. La mensa offre milletrecento pasti al giorno, e oltre a questo prepara pacchi alimentari che vengono distribuiti a domicilio a un centinaio di famiglie: sono i beneficiari che non possono recarsi di persona alla mensa, a causa di disabilità o problemi di deambulazione – e spesso si tratta delle più povere, costrette ad abitare ai piani alti perché meno costosi, a causa dell’assenza di ascensori. Grazie al doppio sistema di piatti caldi e di pacchi alimentari la mensa raggiunge davvero tutti: è un sistema virtuoso e ben organizzato, dove lavora un personale efficiente e dedicato alla causa.

Sono rimaste molto colpite anche dall’attività del Franciscan Care Center, che definiscono un “centro di eccellenza”. È un posto che fa davvero la differenza, perché è l’unico vero spazio di ricreazione e supporto educativo e psicologico che offre Aleppo; qui i bambini e i ragazzi trovano un ambiente sereno nel quale riescono a seguire gli stimoli offerti loro dando il meglio di sé. Gabriella e Ana sottolineano la grande passione e cura che gli insegnanti del FCC mettono nel loro lavoro: sono in grado cogliere i punti più difficili e dolorosi della vita quotidiana dei bambini, e di agire nel modo giusto per aiutarli a sorridere di nuovo.

Rasha Kashmini, professore di musicoterapia, le ha invitate a partecipare ad una lezione che si teneva all’esterno, tra gli alberi e il cielo azzurro. La lezione invitava i bambini ad ascoltare la musica della natura, chiudendo gli occhi, e a sentire ciò che i suoni del mondo suscitano in loro; dopo poco i bambini si sono rilassati e hanno iniziato a parlare, seguendo un’urgenza comunicativa emozionante da vedere e da ascoltare.

Il supporto psicologico è il fulcro anche dell’attività dei centri di Un nome un futuro, che offrono diversi spazi ad attività di doposcuola, sostegno psicologico, aiuto alle madri sole. Gli spazi dei centri sono molto belli e ben curati, leggermente ristretti a causa del numero delle persone che vi si rivolgono; questo ci dà l’idea di quanto profondo e diffuso sia, in Siria, il desiderio di aprirsi all’aiuto, la voglia di ricominciare. Ana e Gabriella ci parlano degli occhi dei ragazzi: nei loro occhi si vedono tutto il fuoco e il desiderio di crescere, di diventare qualcuno: un medico, forse, o un professore, un cuoco… Il futuro è quasi tangibile in questi sguardi, che non si arrendono all’idea che non esista una possibilità per loro: hanno la speranza, ed è meraviglioso poterli aiutare ad averla e a renderla realizzabile.

Hanno visto da vicino anche il progetto che prevede l’installazione di pannelli solari nelle case, allo scopo di permettere alle famiglie l’accesso a elettricità, riscaldamento e acqua calda. Per quanto non sembri, a primo impatto, una delle iniziative più “vive” e più “umane”, è quella che ha toccato entrambe più profondamente. “Andando lì mi sono accorta di come un elemento apparentemente tecnico possa davvero cambiare una vita”, ci spiega Ana: per quanto un pannello solare non possa sicuramente risolvere la situazione di indigenza in cui vive la maggior parte dei siriani, può svoltarne la quotidianità.

Per una famiglia che vive nel buio la possibilità di accendere una lampadina e di fare, ogni tanto, una lavatrice, è davvero un faro nella notte, e diventa la possibilità di acquisire una nuova indipendenza: entrambe le donne ricordano con commozione una famiglia che, grazie alla luce elettrica, ha riconquistato i propri spazi, quando i figli hanno finalmente potuto accendere una lampada per fare i compiti nella propria stanza senza doversi ammassare insieme ai fratelli, ai genitori, ai nonni, intorno a una lampada ad olio che illumina tutto di una luce sottile.

Gabriella e Ana tornano dal viaggio piene di voglia di continuare a lavorare ai progetti: “Poter vedere dal vivo tutte queste cose ci ha appagato e ci ha rese più coscienti degli effetti del lavoro che facciamo ogni giorno; è stato bello anche constatare l’organizzazione delle attività di Pro Terra Sancta, perché è tangibile come alla base di ogni scelta ci sia la volontà di funzionare al meglio, di agire per il bene dei nostri beneficiari.”

Uno dei cuochi della mensa di Aleppo prepara un impasto.
Uno dei cuochi della mensa di Aleppo.
I bambini del progetto Un nome un futuro.
Ana insieme ai bambini del progetto Un nome un futuro.
Pannelli solari e cisterne per l'acqua.
Installazione dei pannelli solari e delle cisterne per la raccolta dell’acqua piovana.