Giugno 2018

A Betlemme e Gerusalemme: lezioni di italiano per i giovani e i novizi della Custodia

Terra Santa: crocevia di popoli, culture e… lingue. Uno dei tratti distintivi dei frati della Custodia di Terra Santa è proprio la loro appartenenza a tanti paesi diversi. Le tante lingue offrono il grande vantaggio ai frati di accogliere pellegrini da ogni parte del mondo, ma a mettere d’accordo questa vera e propria “Torre di Babele” è l’italiano, la lingua ufficiale della Custodia di Terra Santa. Così, chi da frate arriva in Terra Santa, deve imparare la lingua italiana anche per poter anche officiare le liturgie, assieme al latino e all’arabo.

“Imparare una nuova lingua è sempre qualcosa di utile, ma con l’italiano possiamo relazionarci con i frati dei diversi paesi e capire cosa pensano”, spiega Joel, uno dei nove giovani che trascorrono un anno di aspirantato a Betlemme dove maturano la loro vocazione francescana, ancora prima del postulantato. A loro e altri nove novizi del primo anno di Teologia del Seminario di Gerusalemme è rivolto un corso di lingua italiana organizzato e sostenuto ogni anno da ATS pro Terra Sancta.

Joel viene dall’Honduras e insieme con lui i suoi compagni provengono da sei paesi diversi, e rispetto ai quarantaquattro paesi dai quali provengono tutti i frati della Custodia si riesce a comprendere – forse – quanto l’italiano sia un importantissimo strumento di unione.

Dopo 9 mesi di corso, grazie alle due insegnanti Maria Chiara Brenna e Chiara Pezzulich, questi giovani aspiranti frati e novizi sanno leggere e parlare in un corretto italiano. “Nessuno di loro conosceva l’italiano prima e insegnandolo ti accorgi di quanto sia difficile questa lingua e quanto impegno e ascolto ci vuole per parlarlo e scriverlo. – spiega Maria Chiara”. Rispetto all’arabo o ebraico per Diab, un giovane arabo-isreliano di Galilea, “imparare l’italiano è stato davvero difficile, ma ora – racconta lui – riesco a capire i bisogni dei miei compagni e del mio maestro”.

“La lingua è qualcosa di vivo, – dice Chiara – per questo a volte vogliamo che si esercitino con film, letture, o anche fuori dall’aula con visite esterne”. L’italiano non è solo la lingua della comunità, ma anche quella della liturgia. “Le lezioni, i testi sono in italiano quindi la sua conoscenza è imprescindibile – spiega Fra Donaciano, Direttore del Seminario – e questa lingua diventa molto importante quando ci esprimiamo pubblicamente con i fedeli (ad esempio durante le omelie) perché la Parola di Dio deve essere compresa con chiarezza! Per questo vogliamo che i nostri frati potenzino questa lingua, per alcuni di loro già imparata in Italia”. Grazie a questi corsi, parlando e ascoltando, i frati approfondiscono i rapporti tra loro nella stessa lingua in cui si esprimeva e lodava il creato il loro santo fondatore Francesco.

“Ci vuole tempo e pazienza ma piano piano si impara, – dice Francis (che viene dal Ghana) – e anche questa è una forma di esercizio spirituale”.

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