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Taybeh: il progetto Judoor per riscoprire le radici

3 luglio 2026
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Taybeh: il progetto Judoor per riscoprire le radici
Taybeh: il progetto Judoor per riscoprire le radici

La Palestina affronta oggi una crisi profonda: una disoccupazione elevata, la progressiva marginalizzazione delle comunità locali e un patrimonio culturale inestimabile che rischia di deteriorarsi sotto il peso del conflitto e della cronica mancanza di risorse. In uno scenario così complesso, la cultura non è un lusso, ma un punto di partenza concreto per costruire il futuro. È proprio da questa premessa che nasce l'Open Day di Taybeh, un evento che non è una celebrazione isolata, ma il frutto e il manifesto pubblico di Judoor (che in arabo significa "radici"), un ampio progetto di cooperazione avviato nell'ottobre 2024.

Finanziato dall'Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) e implementato in collaborazione con il Mosaic Center Jericho, Grassroots Al-Quds, Vento di Terra, Viaggi e Miraggi e il CRIC (Centro Regionale d’Intervento per la Cooperazione) il progetto è attivo nelle aree chiave di Taybeh, Gerico, Betlemme e Gerusalemme Est, Judoor ha un obiettivo ambizioso: promuovere lo sviluppo socioeconomico delle comunità palestinesi più vulnerabili attraverso la valorizzazione del patrimonio culturale e il turismo sostenibile. L'Open Day ha mostrato concretamente come la memoria storica possa trasformarsi in opportunità economica e identità collettiva.

Arroccato su un'altura strategica che domina la Valle del Giordano e il Mar Morto, il villaggio di Taybeh (l'antica Efraim biblica) rappresenta uno dei pochi villaggi in Cisgiordania la cui popolazione è rimasta interamente cristiana.

L'evento di Taybeh ha rispecchiato fedelmente i tre fronti complementari su cui si sviluppa il progetto Judoor per creare competenze, lavoro e radicamento:

1. Conservazione e valorizzazione dei siti storici

La giornata si è aperta con la presentazione dei complessi interventi di restauro della chiesa locale. L'esperto Najati, affiancato nel lavoro da Osama, ha illustrato nel dettaglio le operazioni tecniche di conservazione del sito. Najati ha spiegato come questo cantiere rappresenti il coronamento di un lungo percorso di salvaguardia iniziato oltre vent'anni fa, legandosi storicamente agli scavi francesi del 2000, all'eredità di Padre Michele Piccirillo e ai successivi sforzi di Carla. Come ha ricordato Diletta, referente di Pro Terra Sancta: “Volevamo mostrare il lavoro che c’è dietro le quinte, spiegare l'importanza della conservazione per la comunità. Questo Open Day è servito a lanciare un messaggio profondo, che va ben oltre il semplice restauro tecnico”.

2. Formazione e sviluppo micro-imprenditoriale per giovani e donne

Judoor mette al centro l'inclusione economica delle fasce più vulnerabili. Durante l'evento, su richiesta del Comune, il piazzale si è riempito di banchetti gestiti dai residenti per esporre e vendere i prodotti tipici del territorio. Spiccava la presenza di un'associazione locale di donne che offriva za'atar, olio e pomodori sott'olio, affiancata da una signora che esponeva i tradizionali ricami fatti a mano e dallo stand della storica birreria e vinicola a conduzione familiare del villaggio. Un modo concreto per trasformare le tradizioni in micro-imprenditorialità e sostenibilità per le famiglie.

3. Turismo responsabile e reti partecipate

L'Open Day ha dimostrato l'importanza di fare rete per spezzare l'isolamento. Accanto a Pro Terra Sancta e alle istituzioni, erano presenti i ragazzi di CIK, Vento di Terra e Grassroots, partner di progetto che collaborano alla costruzione di itinerari e prodotti turistici sostenibili. La socialità, la musica e la forte convivialità della giornata hanno offerto ai residenti un momento di aggregazione e la prospettiva di un turismo partecipato in grado di attrarre visitatori futuri.

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Alcune delle autorità presenti visitano il sito

Un parterre istituzionale contro l'isolamento

La rilevanza strategica di Judoor è stata rimarcata dalla partecipazione delle massime autorità. Ad aprire la giornata sono stati i saluti del sindaco di Taybeh, Suleiman Khourieh, seguiti dagli interventi del Console aggiunto d'Italia Damiano La Verde e del direttore dell'AICS, Mirko Tricoli, la cui presenza ha suggellato il forte impegno dell'Italia nel finanziamento e nel successo del progetto. Anche Mr. Hani Al-Hayek, Ministro del Turismo e delle Antiquità, ha preso la parola per ricordare come la tutela di questi luoghi sia l'unica strada percorribile per garantire un futuro economico e turistico alla regione.

Il grido d'allarme: un'economia stretta dai blocchi

L'entusiasmo dell'Open Day si scontra purtroppo con una realtà quotidiana durissima. Il sindaco Khourieh ha lanciato un accorato grido d'allarme: circa l'80% delle terre del villaggio, situate nell'area a est, è ormai del tutto inaccessibile ai contadini a causa di un nuovo avamposto di coloni sulle montagne, bloccando la raccolta delle olive da quasi tre anni consecutivi. Una catastrofe finanziaria e spirituale: come ricorda amaramente il parroco della comunità greco-cattolica melchita, Abuna Jack, “Quando non c'è olio, mancano persino gli elementi per i sacramenti”. Anche il celebre birrificio locale deve fare i conti con restrizioni logistiche soffocanti: i durissimi blocchi militari rendono quasi impossibile l'esportazione del prodotto verso i mercati internazionali.

Con una disoccupazione che oscilla intorno al 60% a causa del regime militare di "Zona C" – che ha azzerato i permessi di lavoro verso Gerusalemme e Israele – Taybeh sta vivendo un'emorragia demografica preoccupante. Decine di famiglie e giovani hanno scelto l'emigrazione definitiva verso gli Stati Uniti, il Cile, il Guatemala o la Spagna. “Per rimanere dobbiamo sopportare ed essere testimoni”, esorta Abuna Jack, che insieme a Padre Bashar della Chiesa Latina e alla Chiesa Greco-Ortodossa porta avanti un coordinamento ecumenico straordinario per dare assistenza materiale e lavoro temporaneo ai residenti.

Pietre antiche e "pietre viventi"

Dal punto di vista storico, Taybeh custodisce il sito bizantino di Al-Khader (V-VI secolo d.C.), dove il Vangelo di Giovanni racconta che Gesù si ritirò con i discepoli dopo la risurrezione di Lazzaro. Il recupero di queste rovine è la colonna vertebrale dell'identità locale, ma l'appello lanciato alle organizzazioni internazionali richiede interventi urgenti: protezione fisica dagli attacchi vandalici, sblocco delle terre agricole, smantellamento dei checkpoint che paralizzano i movimenti e ripristino del lavoro regolare.

Il messaggio finale del sindaco Suleiman Khourieh sintetizza perfettamente la filosofia che unisce Pro Terra Sancta e il progetto Judoor: “Che senso hanno i luoghi santi, che senso hanno le pietre antiche se lasciamo morire le pietre viventi, ovvero i cristiani che habitano e custodiscono questa terra fin dalle origini?”. Valorizzare la storia di Taybeh non significa guardare al passato, ma gettare le "radici" su cui la comunità locale può, e deve, costruire il proprio domani.

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