Dall'esperimento democratico del Rojava alle nuove offensive del 2026: Luigi Mariani racconta sei anni di Siria tra resistenza e speranze tradite. Un'analisi profonda sul popolo dei curdi, che non ha amici "se non le montagne".
L'inizio del 2026 ci restituisce l'immagine di un Paese in cui le lancette della storia sembrano essere tornate pericolosamente indietro, su scenari che si sperava fossero ormai superati. Se la caduta di Assad aveva fatto ipotizzare una transizione politica, oggi la realtà dei fatti apre a un nuovo capitolo di sofferenza per i civili. In Siria, purtroppo, la guerra non si ferma, cambia volto e protagonisti.
Abbiamo intervistato Luigi Mariani, operatore umanitario che ha vissuto per 6 anni nel Paese, per raccogliere una testimonianza diretta su questa terra; sospesa tra il sogno dell'autonomia e l'incubo di nuovi conflitti.

Oltre il conflitto: l’esperimento del confederalismo democratico
Hai vissuto e lavorato in Siria per anni. Al di là dei titoli dei giornali e della narrazione mediatica, che terra hai conosciuto davvero? Che tipo di Siria emerge dalla tua esperienza diretta sul campo?
Ho vissuto e lavorato per sei anni nell’area controllata dai curdi, nota tradizionalmente come “Rojava” e denominata “Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord e dell'Est” (DAANES), a seguito delle conquiste ottenute dalle forze locali sul campo dal 2012 e dell’estensione del controllo ai territori sottratti allo Stato Islamico. Già dal nome si può intuire lo spirito libertario e inclusivo che ha sempre animato il cosiddetto “confederalismo democratico”, un modello politico-sociale non statale fondato su alcuni concetti base come democrazia diretta, ecologia, femminismo e auto-organizzazione.
Un progetto di pace e convivenza unico nel suo genere, aperto a tutte le etnie e culture del territorio, e che io ho avuto il privilegio di poter toccare con mano. Un esperimento non di facile applicazione né esente da difetti, ma innovativo, moderno, e con tanti punti di contatto con l’occidente. Osteggiato in parte per motivi ideologici, oltre che per questioni di equilibri politici o dispute territoriali.
Nella tua esperienza e in quella delle persone a te care, cosa significava e cosa significa oggi essere curdi in Siria? C’è un episodio che, più di altri, ti è rimasto impresso?
Credo che essere curdi in Siria (ma anche in Turchia, Iraq e Iran, e ovunque si trovino), significhi innanzitutto essere e sentirsi liberi, ma sempre pronti alla battaglia. Per come l’ho conosciuto io, il popolo curdo è gioioso e accogliente; il valore della resistenza è stato inciso nel suo DNA dalle circostanze storiche e da un lungo passato di oppressione e ingiustizia. Perché in fondo quello che i curdi vorrebbero è soltanto vivere in pace. Non avendo mai potuto ottenere uno stato proprio, sono sempre stati costretti a lottare per la sopravvivenza e per affermare i propri diritti: a oggi, solo il cosiddetto Kurdistan iracheno gode di una relativa indipendenza.
Anche in Siria, dopo gli accadimenti degli ultimi anni, c’era la speranza che i curdi potessero ritagliarsi uno spazio di autonomia; oggi appare tuttavia evidente che la comunità internazionale ha finito per fare affidamento sulle forze curde soprattutto in chiave anti-ISIS.
Di momenti difficili ce ne sono stati tanti, durante la mia permanenza in NES, ma ricordo in particolare un episodio significativo. Era il 2018, e ci trovavamo con alcuni colleghi in un ristorante di Qamishli per festeggiare una riccorenza. Proprio in quelle ore, la Turchia aveva avviato l’operazione “Ramoscello d'Ulivo”, con l’intento di conquistare Afrin, e notizie drammatiche giungevano dal fronte.
L’atmosfera era pesante, ma i nostri colleghi si sforzavano di mascherare la tensione. A un certo punto intonammo tutti insieme “Bella ciao”, che in Rojava rappresenta un canto di ribellione e liberazione, senza particolari connotazioni politiche. Da quel giorno in avanti l’avrei sentita risuonare molte altre volte, in diverse occasioni, anche nella sua versione in lingua curda.
Radici e resistenza: l'identità del popolo del kurdistan
Perché, secondo te, molti curdi scelgono di restare e non fuggire, nonostante le offensive turche da nord e la pressione di Damasco da sud? Cosa rappresenta questa terra per chi decide di difenderla a costo della vita?
Come accennato, in generale i curdi hanno un forte senso identitario, che in Siria nemmeno decine di anni di repressione hanno potuto cancellare. Figurarsi ora che hanno potuto accarezzare il sogno di un’indipendenza da sempre cercata. Queste sono le loro terre, le stesse che per centinaia di anni poeti, musicisti e artisti hanno declamato, cantato, rappresentato. Il tanbur, tipico strumento a corde locale, per un curdo è un simbolo di appartenenza potente, al pari di un’arma.
Ricordo ancora quando, nel 2019, durante l’operazione militare avviata dalla Turchia e denominata "Sorgente di Pace", il personale internazionale delle ONG fu costretto a evacuare nel vicino Kurdistan iracheno. Furono giorni drammatici e di grande incertezza, perché non sapevamo se saremmo mai tornati, né quale destino attendesse i nostri colleghi. In quell’occasione, sentii diversi di loro affermare di essere pronti a imbracciare le armi per difendere la loro terra e i loro cari.
Un anno fa cadeva la dinastia Assad dopo mezzo secolo di potere assoluto. In base anche alla tua esperienza come operatore umanitario, come veniva vissuta e repressa l'identità curda durante quel regime?
Essendo arrivato nel 2017 in Rojava, quando i curdi stavano già consolidando la loro presenza militare nel nord-est della Siria, non ho potuto fare esperienza diretta della repressione messa in atto per decenni dal regime di Assad, ma ne ho sentito parlare spesso da chi l’ha vissuta in prima persona. Già dagli anni Sessanta e settanta del secolo scorso, infatti, il governo baathista aveva portato avanti una strategia sistematica di “arabizzazione forzata” dei territori del nord, trasformando di fatto la demografia di alcune zone attraverso la deportazione di famiglie curde, la confisca delle loro proprietà e la creazione di insediamenti arabi, al fine di creare la cosiddetta “cintura araba” al confine con la Turchia.
A migliaia di curdi fu inoltre negata la cittadinanza siriana e l'uso della lingua era vietato nelle scuole, nei documenti ufficiali e persino nella denominazione di villaggi e luoghi; nonostante tutto, la cultura di questo popolo è sopravvissuta anche qui, grazie soprattutto al forte senso identitario tramandato di famiglia in famiglia.
Come veniva percepito al-Shaara dalle comunità curde? C’è mai stata la speranza che ne riconoscesse l'autonomia?
Penso che all’inizio ci sia stata una certa commistione di sentimenti a riguardo. Da un lato, la passata militanza in Al Nusra del presidente non poteva che creare diffidenza fra i curdi, dal momento che per anni lo avevano combattuto sul campo. Dall’altra, il collasso improvviso del regime di Assad ha aperto nuovi, possibili scenari di integrazione dei curdi nella “nuova Siria”, ed era forse maturata la convinzione di poter mantenere almeno in parte l’autonomia conquistata a così caro prezzo, durante gli anni di conflitto. Tanto più che Al Sharaa, indossate la giacca e la cravatta, sembrava aver acquisito una certa credibilità, anche e soprattutto a livello internazionale.
Le stesse autorità curde hanno voluto dare fin dall’inizio un segnale di disponibilità al dialogo e all’integrazione, facendo innalzare, ad esempio, la nuova bandiera siriana su tutti gli edifici pubblici. Ma ben presto è arrivata la prima delusione: la nuova assemblea costituente, infatti, ha confermato la denominazione ufficiale “Repubblica Araba Siriana”, con buona pace di tutte le minoranze etniche del paese, curdi inclusi. Diversi incontri, lunghe negoziazioni e un accordo siglato a marzo 2025 (e mai implementato) hanno fatto da premessa agli eventi dell’ultimo mese: gli scontri che hanno coinvolto le forze governative nei quartieri curdi di Aleppo, Ashrafieh e Sheikh Maqsoud, lo scorso dicembre, e la violenza che ne è seguita, hanno aperto una nuova, delicata fase nella disputa fra curdi e governo ad interim. E si può ben immaginare che la fiducia dei curdi oggi risulti fortemente compromessa.

L'assedio ai curdi: l'avanzata di Damasco e la crisi umanitaria
Tra dicembre e gennaio l'escalation è stata fulminea: dalla caduta di Raqqa all'attacco diretto alle regioni autonome del Rojava, che resistevano da 14 anni. Come si è arrivati a questo punto in così pochi mesi e qual è la situazione umanitaria reale sul campo dopo gli ultimi bombardamenti?
Dopo la resa di Aleppo, alle SDF era stato chiesto di ritirarsi a est dell’Eufrate. In breve, però, l’offensiva dell’esercito siriano si è fatta sempre più decisa, spingendosi ben oltre l’obiettivo dichiarato e arrivando a occupare in breve tempo diversi centri strategici, tra cui Raqqa, ex capitale dello Stato Islamico. Tutte zone a maggioranza araba che non era forse grande interesse dei curdi difendere o mantenere, tanto che da alcune di esse si sono ritirati volontariamente, sulla base di accordi e tregue fragili, spesso non rispettate.
Ad agevolare l’avanzata sul campo – oltre al sostanziale immobilismo delle forze di coalizione a guida americana – sono state alcune tribù arabe locali, che hanno progressivamente modificato il proprio posizionamento, aprendo di fatto la strada alle truppe governative. Un detto ricorrente riassume, con amarezza, questo senso di isolamento: “I curdi non hanno amici, ma solo le montagne”.
L’avanzata al momento si è arrestata alle porte di Hassakeh (città a maggioranza araba, ma con una significativa presenza curda), per espressa richiesta degli americani; in città si trova infatti la prigione di Sinaa, che ospita circa 5.000 miliziani dell’ISIS, e pare che ci sia un accordo per trasferirli in Iraq. Al momento c’è quindi in corso un fragile cessate il fuoco, che pare funzionale a garantire questa operazione, dopodiché nessuno sa cosa succederà.
Nel frattempo, gli scontri hanno provocato una nuova crisi umanitaria. Dal 22 gennaio, oltre 15.000 sfollati sono stati costretti a fuggire a nord di Hassakeh, per la maggior parte intorno alle città di Qamishli e Al-Malikeyyeh: i bisogni più urgenti riguardano alloggi d’emergenza e beni per l’inverno, assistenza alimentare o in contanti, servizi medici mobili e interventi igienico-sanitari per prevenire epidemie. È richiesto anche un supporto psicosociale a tutela dei più vulnerabili, ovvero donne e bambini, considerando che molte famiglie sono state sfollate anche quattro o cinque volte negli ultimi anni.
Un dramma nel dramma si sta consumando a Kobane, oggi nuovamente sotto assedio. Anche lì hanno trovato rifugio diverse migliaia di sfollati, ma nell’area sono stati interrotti gli approvvigionamenti di acqua ed elettricità; una tempesta di neve ha aggravato ulteriormente la situazione e la popolazione è costretta a sciogliere il ghiaccio per bere. Cinque bambini sono già morti a causa delle rigide temperature invernali. Un corridoio umanitario è stato aperto per l’invio di aiuti, con l’autorizzazione del governo, ma con la battaglia che si profila all’orizzonte le prospettive non sono buone.
Dopo tutto quello che è successo, secondo te, c'è ancora spazio per un compromesso che salvi l'autonomia curda?
Oggi, a prevalere in Mazloum Abdi, comandante generale delle SDF preposto alla negoziazione con il governo ad interim, è probabilmente la volontà di risparmiare al suo popolo un bagno di sangue, pure nella consapevolezza che qualsiasi accordo rischia di ritorcerglisi contro. Per questo ha lanciato un appello a una mobilitazione generale a tutti i curdi della Siria e dei paesi limitrofi, e la risposta è stata imponente. In ogni caso, considerato che la prospettiva è entrare a far parte – dal punto di vista istituzionale – dello stato siriano, la priorità delle autorità curde dovrebbe essere quella di mettere in sicurezza i civili e garantire che non si ripetano i massacri già visti purtroppo in altre zone del paese.
Sotto questo profilo, l’autonomia non sembra essere più un’opzione. Certo, a leggere il preambolo del contratto sociale con cui è stato istituito il DAANES, viene una certa amarezza, e si fa forte la sensazione di un sogno di pace e libertà ormai svanito: “Noi, figlie e figli della Siria nordorientale – curdi, arabi, assiri siriaci, turcomanni, armeni, circassi, ceceni, musulmani, cristiani e yazidi – nella consapevolezza e nella convinzione del dovere su di noi che viene dai martiri, in risposta alle richieste dei nostri popoli di vivere in modo dignitoso ed in risposta ai grandi sacrifici compiuti dai siriani, ci siamo riuniti per stabilire un sistema democratico nella Siria nordorientale, per formare una base per la costruzione di una Siria futura, senza tendenze razziste, discriminazioni, esclusioni o emarginazione di alcuna identità.”











